martedì 26 gennaio 2021

21.02.00 Dopo il Covid

Il Sole. La nostra stella. Da lei dipende la nostra vita su questo pianeta. Beh, in effetti, non solo da lei. Noi ormai siamo in grado di spazzare via la Terra dal nostro sistema solare quando vogliamo, basterebbe solo una piccola guerra nucleare. Ma se anche noi non riuscissimo in questa impresa, tra 4,5 miliardi di anni il Sole si spegnerà. Potrà esplodere o diventare un buco nero, ancora non lo sappiamo. Di certo si espanderà fino ad inghiottire Mercurio e a lambire Venere, bruciando la Terra dove le temperature saliranno fino a 400 gradi. Quello che è certo è che per quella data la vita sul nostro amato pianeta non ci sarà più.

Ma fino ad allora noi dovremo cercare di lottare per vivere al meglio su questo simpatico pianeta, dove tutta una serie di eventi e condizioni cercano di annientare la popolazione mondiale. Terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni, incendi, catastrofi di ogni genere, politici, epidemie e ora pandemie. Sembrerebbe una situazione disperata, ed in realtà lo è soprattutto per coloro che ne rimangono colpiti. 

Il Coronavirus o Covid19 da un anno rende le nostre giornate un supplizio. Per chi sta male, per chi ha amici e parenti infetti a casa o peggio, in ospedale, magari in reparti di terapia intensiva o rianimazione, ma anche per chi sta bene perché potrebbe essere ugualmente positivo e non saperlo nemmeno, col rischio di diventare untore verso le persone più care.

Tutti seguiamo più o meno assiduamente le cronache di questa pandemia, e anche adesso che stanno arrivando i vaccini, le polemiche incalzano e la tranquillità della vita normale (che già di suo ha tante ansie) non si vede ancora.

Ecco perché ho pensato di guardare avanti, di pensare al dopo. A come cambierà la nostra vita dopo questa pandemia, perché cambierà e di parecchio. In molte cose. Ma prima di tuffarci in questa visione del futuro, credo sia importante anche focalizzare almeno tre cose che abbiamo già imparato da questo disastro che sta condizionando il mondo.

La prima è che la nostra fantasia è sempre in grado si superare la realtà. Purtroppo questo non sempre è una cosa bella. Ci dobbiamo rendere conto che viviamo in un mondo dove spesso la fiction guida la nostra vita. Così possiamo anche inventarci che le ambulanze girino vuote solo per creare panico. Che i malati siano pagati per sembrare tali. Che i vaccini non esistano e che sia solo acqua distillata quella che mettono in corpo. Peccato che i morti non tornino indietro, e le famiglie possono anche essere state pagate per simulare questo, ma i morti nelle bare ci sono. Eccome. A centinaia, a migliaia. Adesso nel mondo sono più di due milioni, quelli ufficiali. Perché se dobbiamo credere ad una fantasia, quella è proprio che i numeri ufficiali non dicono la verità. Come  ho già detto molte volte, non posso credere ai numeri della Cina, che dice solo quello che vuole dire, e non posso credere ai numeri di India e Brasile, che hanno vasti territori densamente popolati e ancora non coperti da un supporto medico adeguato, dove le usanze locali seppelliscono o bruciano i morti prima che arrivino le statistiche. In America la gestione Trump è stata pessima, lo dimostrano i 400.000 morti ufficiali e la conseguenza è uno stato di guerra dichiarato da Joe Biden. La Gran Bretagna è il paese che in Europa ha il maggior numero di morti, proprio in questi giorni supera quota 100.000, e deve vedersela anche con la variante inglese, che pare essere pure peggio delle altre varianti. Ed ha la Brexit, tempismo perfetto per trovarsi in un mare di guai. E non solo perché è un'isola. Pensare che tutti i Paesi del mondo si siano coalizzati per inventarsi un virus malefico che sparga terrore e lacrime, spegnendo la fiducia nel futuro e sopprimendo tutte le economie mondiali, è puro delirio.

Apro un inciso, ma importante. Una delle contestazioni più idiote che ho sentito riguarda la comparazione con l'influenza Spagnola, che nel 1920 fece oltre 50 milioni di vittime nel mondo. Come detto, noi siamo a poco più di 2 milioni. Secondo me, questa pandemia è molto più grave e devastante di quella di allora. Provate a pensare alle condizioni in cui si viveva nel 1920: non c'erano ancora gli antibiotici, e nemmeno buona parte delle medicine antivirali. Ci si curava col chinino. Gli ospedali non erano minimamente attrezzati con zone sterili, terapie intensive e rianimazioni. Non esistevano macchinari per la respirazione forzata, i metodi di intubazione moderni, gli apparecchi di monitoraggio. Non fu creato un vaccino particolare per curare l'infezione e l'immunità di gregge fu raggiunta proprio attraverso chi superò e sopravvisse alla crisi pandemica. Le fonti di informazione erano poco efficienti, le conoscenze tra i ricercatori arrivavano con settimane o mesi di ritardo. Oggi viaggiamo in tempo reale, siamo in rete, abbiamo tutti la mascherina ed una igiene personale e una consapevolezza non comparabili con quelle di allora. Per cui a me impressionano i 400.000 morti in America. Chiudo l'inciso.

La seconda è l'importanza del tempo e delle persone. Secondo le statistiche, l'età media dei decessi in Italia è intorno agli 80 anni. Nello specifico, circa 10.000 ultraottantenni sono morti. Questa è l'unica fascia di età dove le donne sono più degli uomini a morire. Molto più degli uomini. Forse perché le guerre (anzi, ormai possiamo parlare solo della seconda guerra mondiale) hanno sterminato più uomini che donne. Ma stiamo parlando anche di persone nate prima del 1940. Vuol dire che se ne sta andando più velocemente di quanto non fosse prima, tutta quella ancora ricca massa di ricordi diretti di cosa volesse dire la guerra e le sue conseguenze. Di persone che sono nate sotto la monarchia, che hanno vissuto il fascismo, che sanno cosa vuol dire un bombardamento aereo, la deportazione e lo sterminio nazista. Se ne vanno coloro che hanno vissuto e pagato sulla propria pelle errori di altri, hanno saputo rimboccarsi le maniche e ricostruire questo Paese dalle macerie della guerra, fino a renderlo una nazione ricca e agiata, in cui figli e nipoti hanno iniziato a godere di un benessere prima sconosciuto. Sono coloro che ci hanno insegnato la solidarietà, che hanno compiuto errori ma avevano anche l'onore di riconoscerlo, cosa rara oggi. Persone con una storia dentro, che l'hanno raccontata ai nipoti, i quali hanno come riferimento i giochi elettronici. Mi viene un nodo in gola pensando a quante cose avrebbero avuto ancora da dirci e quanto poco tempo abbiamo dedicato loro. Questo del tempo lo riprenderò come concetto, ma adesso vi do un consiglio: se avete ancora un bisnonno, che sappia raccontarvi le favole, andate da lui e fatevi raccontare quelle che ancora non vi ha narrato. Se avete paura di passargli l'infezione, fatevele raccontare al telefono, registratele. Non lasciate che un briciolo di questo patrimonio vada sprecato. E ricordate che il virus uccide anche chi è più giovane, tante belle teste pensanti ci sono state strappate. Tanti affetti. Tanto dolore. Non insultate questo dolore dicendo che non esiste.

La terza, e forse anche la più devastante, è che l'economia malata è di gran lunga la cosa più importante della nostra epoca. Per l'economia si mente, per l'economia ciò che era fantasia può diventare realtà. Menzogne, generate dal fatto che se non mento, mentirà il mio "competitor" e lui si prenderà la fetta più grossa della torta. Non la cura della persona, ma la cura del capitale. Per un gioco economico si accrescono le proprie capacità produttive dei settori più delicati di questa crisi e ci si prende gioco delle persone, fornendo la promessa di vaccini che non ci sono ancora. Ci sono settori dell'economia che si sono trovati inaspettatamente in un vantaggio economico gigantesco e insperato, hanno realizzato guadagni immorali alle spalle di chi non ha capacità contrattuale. Questa crisi però ha solo tolto un velo ad una economia malata e sperequativa, dove gli stessi Governi non hanno armi, dove alcune aziende hanno un fatturato che è più di quello di tanti piccoli e poveri Stati di questo pianeta e come tali riescono ad avere potere, a fare pressioni, a dettarne tempi e modi, non sempre limpidi. Hanno accumulato ricchezze che potrebbero bastare per pagare i vaccini di tutti i popoli della Terra, ma se li terranno per se. Semmai, con grande clamore mediatico, concederanno come beneficienza le briciole dei loro ricavi. Ma i milioni di persone che hanno perso e perderanno ancora il posto di lavoro andranno ad ingrossare la massa dell'offerta di lavoro a basso costo. Persone che pur di lavorare, pur di poter pagare i mutui assunti, pur di poter mantenere una famiglia che oramai non ha più risorse, sono disposte a lavorare sottopagate. E quindi diminuirà ancora il costo del lavoro, i ricchi aumenteranno i profitti, i poveri saranno più poveri. Questo modello di economia non può reggere. I primi segnali sono stati già visti durante la crisi di dieci anni fa, ma superato il momento di recessione nessuno ha più avuto il coraggio di intervenire. i Governi preferiscono misure temporanee di salvataggio piuttosto che mettere in atto una decisa politica di transizione dall'economia tradizionale all'economia digitale. Anche di questo torneremo a parlare guardando al futuro.

Ecco, con questo sguardo sul presente mi appresto a fare qualche considerazione sul futuro. Che dovrà essere migliore di ciò che abbiamo visto finora. Lo dobbiamo ai nostri figli, a cui stiamo zavorrando ancora di più il futuro attraverso i debiti che stiamo assumendo per superare questa crisi. Di cui però non vediamo la fine. La debole luce in fondo al tunnel che erano i vaccini, sta allontanandosi, credevamo fosse più vicina e invece... Ma tutto questo passerà, ce la faremo. Non con quell'inno alla speranza e alla gioia che era "Andrà tutto bene", perché già di cose brutte ne abbiamo passate parecchie, ma con un pragmatismo ed un discernimento maggiori. Torneremo forse ad apprezzare la filosofia, andremo più piano. Apprezzeremo la lentezza e non solo la velocità. Ci gusteremo un cielo azzurro, perché prima della crisi non avevamo nemmeno il tempo di alzare gli occhi. Tutto questo sta in noi. Siamo sempre noi che decidiamo della nostra vita, anche quando non sembra sia così.

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