Il Sole. La nostra stella. Da lei dipende la nostra vita su questo pianeta. Beh, in effetti, non solo da lei. Noi ormai siamo in grado di spazzare via la Terra dal nostro sistema solare quando vogliamo, basterebbe solo una piccola guerra nucleare. Ma se anche noi non riuscissimo in questa impresa, tra 4,5 miliardi di anni il Sole si spegnerà. Potrà esplodere o diventare un buco nero, ancora non lo sappiamo. Di certo si espanderà fino ad inghiottire Mercurio e a lambire Venere, bruciando la Terra dove le temperature saliranno fino a 400 gradi. Quello che è certo è che per quella data la vita sul nostro amato pianeta non ci sarà più.
Ma fino ad allora noi dovremo
cercare di lottare per vivere al meglio su questo simpatico pianeta, dove tutta
una serie di eventi e condizioni cercano di annientare la popolazione mondiale.
Terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni, incendi, catastrofi di ogni
genere, politici, epidemie e ora pandemie. Sembrerebbe una situazione
disperata, ed in realtà lo è soprattutto per coloro che ne rimangono colpiti.
Il Coronavirus o Covid19 da un
anno rende le nostre giornate un supplizio. Per chi sta male, per chi ha amici
e parenti infetti a casa o peggio, in ospedale, magari in reparti di terapia
intensiva o rianimazione, ma anche per chi sta bene perché potrebbe essere
ugualmente positivo e non saperlo nemmeno, col rischio di diventare untore
verso le persone più care.
Tutti seguiamo più o meno
assiduamente le cronache di questa pandemia, e anche adesso che stanno
arrivando i vaccini, le polemiche incalzano e la tranquillità della vita
normale (che già di suo ha tante ansie) non si vede ancora.
Ecco perché ho pensato di
guardare avanti, di pensare al dopo. A come cambierà la nostra vita dopo questa
pandemia, perché cambierà e di parecchio. In molte cose. Ma prima di tuffarci
in questa visione del futuro, credo sia importante anche focalizzare almeno tre
cose che abbiamo già imparato da questo disastro che sta condizionando il
mondo.
La prima è che la nostra fantasia
è sempre in grado si superare la realtà. Purtroppo questo non sempre è una cosa
bella. Ci dobbiamo rendere conto che viviamo in un mondo dove spesso la fiction
guida la nostra vita. Così possiamo anche inventarci che le ambulanze girino
vuote solo per creare panico. Che i malati siano pagati per sembrare tali. Che
i vaccini non esistano e che sia solo acqua distillata quella che mettono in
corpo. Peccato che i morti non tornino indietro, e le famiglie possono anche
essere state pagate per simulare questo, ma i morti nelle bare ci sono. Eccome.
A centinaia, a migliaia. Adesso nel mondo sono più di due milioni, quelli
ufficiali. Perché se dobbiamo credere ad una fantasia, quella è proprio che i
numeri ufficiali non dicono la verità. Come
ho già detto molte volte, non posso credere ai numeri della Cina, che
dice solo quello che vuole dire, e non posso credere ai numeri di India e
Brasile, che hanno vasti territori densamente popolati e ancora non coperti da
un supporto medico adeguato, dove le usanze locali seppelliscono o bruciano i
morti prima che arrivino le statistiche. In America la gestione Trump è stata
pessima, lo dimostrano i 400.000 morti ufficiali e la conseguenza è uno stato
di guerra dichiarato da Joe Biden. La Gran Bretagna è il paese che in Europa ha
il maggior numero di morti, proprio in questi giorni supera quota 100.000, e
deve vedersela anche con la variante inglese, che pare essere pure peggio delle
altre varianti. Ed ha la Brexit, tempismo perfetto per trovarsi in un mare di
guai. E non solo perché è un'isola. Pensare che tutti i Paesi del mondo si
siano coalizzati per inventarsi un virus malefico che sparga terrore e lacrime,
spegnendo la fiducia nel futuro e sopprimendo tutte le economie mondiali, è
puro delirio.
Apro un inciso, ma importante.
Una delle contestazioni più idiote che ho sentito riguarda la comparazione con
l'influenza Spagnola, che nel 1920 fece oltre 50 milioni di vittime nel mondo.
Come detto, noi siamo a poco più di 2 milioni. Secondo me, questa pandemia è
molto più grave e devastante di quella di allora. Provate a pensare alle
condizioni in cui si viveva nel 1920: non c'erano ancora gli antibiotici, e
nemmeno buona parte delle medicine antivirali. Ci si curava col chinino. Gli
ospedali non erano minimamente attrezzati con zone sterili, terapie intensive e
rianimazioni. Non esistevano macchinari per la respirazione forzata, i metodi
di intubazione moderni, gli apparecchi di monitoraggio. Non fu creato un
vaccino particolare per curare l'infezione e l'immunità di gregge fu raggiunta
proprio attraverso chi superò e sopravvisse alla crisi pandemica. Le fonti di
informazione erano poco efficienti, le conoscenze tra i ricercatori arrivavano
con settimane o mesi di ritardo. Oggi viaggiamo in tempo reale, siamo in rete,
abbiamo tutti la mascherina ed una igiene personale e una consapevolezza non
comparabili con quelle di allora. Per cui a me impressionano i 400.000 morti in
America. Chiudo l'inciso.
La seconda è l'importanza del
tempo e delle persone. Secondo le statistiche, l'età media dei decessi in
Italia è intorno agli 80 anni. Nello specifico, circa 10.000 ultraottantenni
sono morti. Questa è l'unica fascia di età dove le donne sono più degli uomini
a morire. Molto più degli uomini. Forse perché le guerre (anzi, ormai possiamo
parlare solo della seconda guerra mondiale) hanno sterminato più uomini che
donne. Ma stiamo parlando anche di persone nate prima del 1940. Vuol dire che
se ne sta andando più velocemente di quanto non fosse prima, tutta quella ancora
ricca massa di ricordi diretti di cosa volesse dire la guerra e le sue
conseguenze. Di persone che sono nate sotto la monarchia, che hanno vissuto il
fascismo, che sanno cosa vuol dire un bombardamento aereo, la deportazione e lo
sterminio nazista. Se ne vanno coloro che hanno vissuto e pagato sulla propria
pelle errori di altri, hanno saputo rimboccarsi le maniche e ricostruire questo
Paese dalle macerie della guerra, fino a renderlo una nazione ricca e agiata,
in cui figli e nipoti hanno iniziato a godere di un benessere prima
sconosciuto. Sono coloro che ci hanno insegnato la solidarietà, che hanno
compiuto errori ma avevano anche l'onore di riconoscerlo, cosa rara oggi.
Persone con una storia dentro, che l'hanno raccontata ai nipoti, i quali hanno come
riferimento i giochi elettronici. Mi viene un nodo in gola pensando a quante
cose avrebbero avuto ancora da dirci e quanto poco tempo abbiamo dedicato loro.
Questo del tempo lo riprenderò come concetto, ma adesso vi do un consiglio: se
avete ancora un bisnonno, che sappia raccontarvi le favole, andate da lui e
fatevi raccontare quelle che ancora non vi ha narrato. Se avete paura di
passargli l'infezione, fatevele raccontare al telefono, registratele. Non
lasciate che un briciolo di questo patrimonio vada sprecato. E ricordate che il
virus uccide anche chi è più giovane, tante belle teste pensanti ci sono state
strappate. Tanti affetti. Tanto dolore. Non insultate questo dolore dicendo che
non esiste.
La terza, e forse anche la più
devastante, è che l'economia malata è di gran lunga la cosa più importante
della nostra epoca. Per l'economia si mente, per l'economia ciò che era
fantasia può diventare realtà. Menzogne, generate dal fatto che se non mento,
mentirà il mio "competitor" e lui si prenderà la fetta più grossa
della torta. Non la cura della persona, ma la cura del capitale. Per un gioco
economico si accrescono le proprie capacità produttive dei settori più delicati
di questa crisi e ci si prende gioco delle persone, fornendo la promessa di
vaccini che non ci sono ancora. Ci sono settori dell'economia che si sono
trovati inaspettatamente in un vantaggio economico gigantesco e insperato,
hanno realizzato guadagni immorali alle spalle di chi non ha capacità
contrattuale. Questa crisi però ha solo tolto un velo ad una economia malata e
sperequativa, dove gli stessi Governi non hanno armi, dove alcune aziende hanno
un fatturato che è più di quello di tanti piccoli e poveri Stati di questo
pianeta e come tali riescono ad avere potere, a fare pressioni, a dettarne
tempi e modi, non sempre limpidi. Hanno accumulato ricchezze che potrebbero
bastare per pagare i vaccini di tutti i popoli della Terra, ma se li terranno
per se. Semmai, con grande clamore mediatico, concederanno come beneficienza le
briciole dei loro ricavi. Ma i milioni di persone che hanno perso e perderanno
ancora il posto di lavoro andranno ad ingrossare la massa dell'offerta di
lavoro a basso costo. Persone che pur di lavorare, pur di poter pagare i mutui
assunti, pur di poter mantenere una famiglia che oramai non ha più risorse,
sono disposte a lavorare sottopagate. E quindi diminuirà ancora il costo del
lavoro, i ricchi aumenteranno i profitti, i poveri saranno più poveri. Questo
modello di economia non può reggere. I primi segnali sono stati già visti
durante la crisi di dieci anni fa, ma superato il momento di recessione nessuno
ha più avuto il coraggio di intervenire. i Governi preferiscono misure
temporanee di salvataggio piuttosto che mettere in atto una decisa politica di
transizione dall'economia tradizionale all'economia digitale. Anche di questo
torneremo a parlare guardando al futuro.
Ecco, con questo sguardo sul
presente mi appresto a fare qualche considerazione sul futuro. Che dovrà essere
migliore di ciò che abbiamo visto finora. Lo dobbiamo ai nostri figli, a cui
stiamo zavorrando ancora di più il futuro attraverso i debiti che stiamo
assumendo per superare questa crisi. Di cui però non vediamo la fine. La debole
luce in fondo al tunnel che erano i vaccini, sta allontanandosi, credevamo
fosse più vicina e invece... Ma tutto questo passerà, ce la faremo. Non con
quell'inno alla speranza e alla gioia che era "Andrà tutto bene",
perché già di cose brutte ne abbiamo passate parecchie, ma con un pragmatismo
ed un discernimento maggiori. Torneremo forse ad apprezzare la filosofia,
andremo più piano. Apprezzeremo la lentezza e non solo la velocità. Ci
gusteremo un cielo azzurro, perché prima della crisi non avevamo nemmeno il
tempo di alzare gli occhi. Tutto questo sta in noi. Siamo sempre noi che
decidiamo della nostra vita, anche quando non sembra sia così.
La
Sanità Malata
Mi sembra giusto iniziare la mia
riflessione sul futuro senza Covid proprio partendo dalla Sanità. Prima di
tutto un sentito e doveroso grazie a tutto il personale medico, paramedico, ausiliario
che finora si è prodigato in modo encomiabile per contenere questa crisi, poi
un sentito ricordo per chi in ambito sanitario, si è sacrificato a causa di
questo virus e non si è risparmiato ben sapendo a cosa andava incontro. Se la
parola "eroi" è troppo enfatica, nessuno si permetta però di
disonorare la memoria e i sacrifici di tutte queste persone.
Non può iniziare alcuna
riflessione senza questa premessa. Molti di coloro che sono morti e anche di
coloro che fra il personale della Sanità si sono ammalati avrebbero potuto
evitare di prendere il virus, se le condizioni di procedure, conoscenza e
gestione della pandemia fossero state chiare, se vi fosse stato da subito il
materiale necessario a creare una barriera con questa minaccia. La prima cosa da
fare allora è curare una Sanità malata.
Dovremo per il futuro tenere
presente che queste pandemie potrebbero esplodere con maggiore frequenza e
aggressività. Questo emergerebbe da alcuni studi compiuti su questa e altre
epidemie del recente passato, ma già ora possiamo capire che il discorso delle
cosiddette "varianti" implica una trasformazione continua dei virus.
Ora in televisione siamo pieni di virologi che ci spiegano come funzionano e
come mutano i virus, in buona parte aiutati dai nostri stili di vita. Per cui
avere un piano pandemico aggiornato almeno ogni due anni (e non venti), avere
scorte di guanti, mascherine, protezioni integrali in grado di coprire
necessità impellenti e per un tempo ragionevole, senza dover contendere ad
altri questi dispositivi, a volte cannibalizzando gli stessi ospedali e creando
una rete in grado di poter produrre in poco tempo grandi quantità di questi
dispositivi in locale, sarà uno dei punti primari da sviluppare.
Ma la Sanità è malata anche
perché depredata nelle finanze nel corso di decenni e da ogni parte politica
che ha trovato in questo terreno fertile per i tagli economici, a scapito della
salute pubblica. Non solo. La rete primaria di assistenza capillare, quella dei
cosiddetti "medici condotti" o di famiglia, è stata nel tempo
demolita, soprattutto qui in Lombardia, dove il virus ha svolto con
soddisfazione il suo sporco lavoro. Dobbiamo pretendere che questa rete venga
ripristinata e riammodernata, certo utilizzando tutti gli strumenti che le
nuove tecnologie mettono a disposizione, ma senza tornare alla squallida
pratica del medico amministrativo che prescrive farmaci a comando, non visita
il paziente e neanche lo tocca, non cerca nemmeno di capire se quello che lo
stesso riporta è reale oppure no. Il medico che distribuisce referti di
malattia a comando, il medico che non ricorda il paziente e non perché lo deva
di rado, che sarebbe giustificabile, ma perché non si interessa di lui come
persona. Non sono tutti così i medici, ma i nuovi dovranno evitare di diventare
così.
Questa crisi sta poi facendo un
danno collaterale gravissimo che scopriremo solo alla fine di questo periodo.
Sono tutte le persone con malattie gravi o gravissime, dal tumore alla
cardiopatia, dal diabete all'obesità e a tutte le altre malattie
osteo-articolari, muscolari, respiratorie, fino a quelle psichiche e
psichiatriche che in questo tempo non sono state curate né diagnosticate,
rischiando di diventare da subito croniche quando saranno diagnosticate.
Malattie che già producono l'effetto di esporre a maggior rischio Covid chi ne
è affetto, ospedali che hanno chiuso i reparti clinici di cura per queste
patologie e ammalati che rinunciano ad esami, a cure e a ricoveri perché
dovrebbero essere presi in cura da nosocomi distanti decine di chilometri dal
proprio luogo abituale di cura. Pazienti che non possono avere autonomia di
movimento, che non potrebbero essere seguiti dalla famiglia, pazienti che
verrebbero presi in cura non si sa da chi e dove. In parte, queste persone
stanno già pagando il prezzo più alto, perché esposte al rischio morte da
contagio Covid in modo maggiore delle altre. Da una vita ci dicono che la
prevenzione è la prima forma di cura. Stiamo perdendo una guerra che avrà molti
altri morti e non li conteremo come facciamo ora con il Covid.
Una riflessione la voglio anche
dedicare a quei ragazzi che si sono trovati a fare il medico vero in un momento
di grande emergenza. Sono sicuro che per la loro esperienza, questa sia una
grande occasione, ma oggi sappiamo che ne avremmo avuti bisogno tanti altri,
che non abbiamo. Già prima della crisi si diceva che con i medici che andavano
in pensione, il numero dei nuovi medici era sottostimato a causa dei numeri
chiusi imposti per non creare medici senza lavoro. Certo, col senno di poi
possiamo dire che quello fu un errore enorme, ma già ai miei tempi vi era la
sensazione che il lavoro di medico non sarebbe stato molto appetibile. Il
lavoro di medico. No, signori, Fare il medico non è un lavoro. E' una chiamata,
è un dovere sociale e morale. Non è per "avere un lavoro", ma per
prendersi cura delle persone, è una missione. Ai miei tempi si diceva che
medico, sacerdote e maestro erano una missione. Una frase caduta in disuso, ma
che andrebbe ripristinata per avere una sanità migliore, una scuola migliore,
una società migliore.
Ho detto prima "sfruttando
tutte le tecnologie a disposizione", perché una delle poche cose buone di
questa crisi pandemica è stata di averci fatto scoprire che le prescrizioni
perenni, quelle che per malattie croniche si ripetono per sempre, oppure per le
prescrizioni più semplici e di routine il medico può mandare la ricetta o la
prescrizione di un esame direttamente al paziente via mail. Eh, ma i pazienti
anziani? quelli che non hanno dispositivi? I miei genitori hanno 88 anni e
riescono a fare un SMS al dottore e ricevere la ricetta sul loro cellulare. Non
è questo il digital divide... e nel futuro avremo sempre più gente in grado di
utilizzare queste tecnologie con maggiore destrezza. Anche le file negli studi
non esistono più. Abbiamo scoperto la programmazione delle visite. E nel futuro
potremo pensare a sistemi di monitoraggio di alcune patologie da casa, sistemi
di rilevazione e trasmissione dati in grado di seguire costantemente al proprio
domicilio anche pazienti una volta per forza ospedalizzati.
La Sanità deve tornare pubblica,
garantita, gratuita. Non deve arricchire le cliniche private, che devono essere
riconvertite al pubblico. I protocolli devono essere chiari e valevoli per
tutti, non solo per qualcuno che può accedere con maggiore facilità grazie alla
propria ricchezza perché la vita è una e vale per tutti. Non deve esistere
l'equivalenza più soldi = più salute.
Anche dopo questa pandemia credo
che certe precauzioni dovranno essere mantenute. Ad esempio: se avete dei figli
o nipoti, avete notato che quest'anno se non hanno preso il Covid,
difficilmente hanno avuto le solite malattie di stagione? Eppure è un inverno
anche più rigido degli altri anni. I miei figli piccoli quest'anno non hanno né
tosse, né raffreddore, neppure mal di gola o altre affezioni alle prime vie
respiratorie. Tutto questo grazie alle mascherine e al distanziamento. Crisi
delle case farmaceutiche che producono i principali medicamenti contro queste
affezioni. Ricordiamocelo per il futuro.
Meno malattie significa più ore
frequentate a scuola e più ore di lavoro produttivo. Il ritorno economico è
diretto e immediato. La qualità della vita migliore. La sicurezza di una
assistenza sanitaria capillare che ti segue ovunque tu vada, anche in vacanza,
diventa una sicurezza in più. Un servizio sanitario digitale è anche questo,
cartelle cliniche consultabili immediatamente da qualsiasi operatore del
Sistema Sanitario Nazionale, a fronte di una qualsiasi affezione ovunque la
persona si trovi. Un trauma, un incidente, una crisi può cogliere chiunque e in
qualsiasi circostanza. Molte volte si perde tempo prezioso alla ricerca delle
informazioni che si possono avere in pochi secondi se utilizzabili ai fini per
cui vengono raccolte. Sono informazioni sensibili che vanno protette, ma per
questo ci sono esperti informatici in grado di creare le opportune sicurezze e
comunque il beneficio sarebbe molto maggiore rispetto al pericolo di violazione
della privacy.
Infine, la prevenzione. Questa
pandemia ci dice che dobbiamo sempre stare all'erta, con tutte le forze che
disponiamo, perché i danni che può provocare un episodio come questo significa
far arretrare di 10 anni le condizioni di vita per ogni sei mesi di crisi
mondiale. E ci vorranno due anni di ritorno alla normalità per recuperare ogni
semestre perso. Dobbiamo creare, come sembra si voglia fare, dei centri di
sorveglianza permanenti, in grado di intercettare qualsiasi interferenza o
variazione significativa nella presenza di agenti avversi alla salute prima che
questi diventino evidenti con epidemie o pandemie. Non siamo più in clima di
guerra fredda, ma una linea di confine invalicabile tra noi e le patologie di
massa deve essere creata e presidiata, non solo adesso perché siamo in mezzo
alla crisi, ma anche nel futuro perché non si sa da che parte possa arrivare la
minaccia.
Sarà utile scoprire poi da cosa è
stata scatenata questa pandemia, se è stato l'uomo nella sua scelleratezza o è
la natura che si ribella alle nostre nefandezze. Forse non lo sapremo mai,
perché almeno in alcuni casi è meglio non sapere o non far sapere. Ci sono
troppi interessi in giro. Ma se la politica deve e vuole fare qualcosa di buono
è non perdere traccia di quello che sta avvenendo e disegnare un futuro che
garantisca a tutti una Sanità migliore, più fruibile, più buona.
Come
cambia il lavoro: lo Smart Working
Se come primo argomento ho messo
la Sanità, non posso non mettere al secondo il Lavoro. E lo scrivo con la L
maiuscola perché non parliamo di semplice occupazione per ricevere uno
stipendio, ma di una soddisfazione ad una necessità primaria, quella di
realizzare economicamente e socialmente la propria persona .
Dunque, questa pandemia ha posto
a tutti, lavoratori e datori di lavoro, il problema della continuità
produttiva. Oggi la nostra vita richiede altrettanti servizi rispetto ai beni
di consumo: banche, assicurazioni, agenzie di ogni tipo condividono, gestiscono
o supportano le nostre necessità, così come abbiamo bisogno di fare la spesa o
acquistare abbigliamento o cambiare auto.
L'industria produttiva, la
filiera della distribuzione, sia magazzini che mezzi di trasporto, la mobilità,
la sicurezza intesa sia come Polizia e Carabinieri che servizi di sorveglianza
o alla persona, la sanità, l'edilizia, la scuola... queste attività non possono
essere svolte utilizzando lo smart working, ovvero il lavoro agile.
Inquadriamo il problema: c'è chi
deve per forza andare al posto di lavoro perché non può esercitarlo a distanza,
ma c'è chi può farlo anche restando a casa. I dati che ci vengono forniti da
varie fonti ma in particolare faccio riferimento a quanto afferma il professor
Mariano Corso del Politecnico di Milano, dicono che siamo passati da circa
600.000 praticanti lo Smart Working prima della pandemia, a oltre 6 milioni
durante la pandemia. Vi è dunque stato un fenomeno straordinario: chi svolge
attività prettamente amministrative o intellettuali ha potuto continuare a
farle dalla propria abitazione.
Come? Non senza difficoltà,
talvolta superate "all'italiana", arrangiandosi, ma evitando anche
così il diffondersi del contagio. Ora, il mio tentativo è quello di guardare
oltre. Allora, come prima cosa, sarà utile capire per tutti cosa sia e come
dovrebbe funzionare lo Smart Working in tempi normali, e magari anche cosa
possiamo fare da subito almeno per cercare alcuni errori che si sono commessi
in questi mesi.
La prima cosa da dire è che lo
Smart Working andrebbe preparato in azienda in modo consapevole. Io ho avuto
modo di seguire la nascita di questa "opportunità" fin dal 2015, in
una grande azienda multinazionale dove lavoravo, e che è partita dal
coinvolgimento delle rappresentanze sindacali e di tutti i lavoratori fin dalle
prime fasi, basandosi sulla richiesta sviluppata proprio dalle maestranze, di
poter gestire con maggiore flessibilità il proprio tempo, sia lavorativo che
familiare. Lavorare a 80 chilometri di distanza dal luogo di lavoro è un
impegno di tempo e di risorse anche economiche non indifferente, resta poco
tempo libero anche a chi abita a poca distanza, ci possono essere bambini
piccoli con tutti i problemi dell'essere piccoli, parenti anziani da accudire,
persone malate o diversamente abili nel nucleo familiare che richiedono tempo e
attenzioni. Ce ne sono ancora tante altre di motivazioni, ma conciliare
l'attività lavorativa con la gestione del proprio tempo è stata ed è alla base
di questa scelta. Una resistenza incontrata era il timore che con il lavoro
agile avrebbe compromesso le possibilità di carriera, ma come vi spiegherò
meglio più avanti, questo non dovrebbe mai avvenire.
Lo SW (per evitare di continuare
a scrivere Smart Working, tanto si capisce), parte da un progetto. Non si
realizza a caso, lo abbiamo fatto adesso con la pandemia perché costretti, ma
per farlo funzionare bene dobbiamo fare un grosso passo indietro.
Nello SW dobbiamo partire dalla
sicurezza dei dati e delle informazioni. Il vostro computer deve essere
"blindato", impedendo dapprima l'accesso fraudolento ai dati da parte
di terzi non autorizzati, ma anche la divulgazione di informazioni aziendali
sensibili da parte del dipendente. Computer e telefoni devono avere accesso con
password, modalità di spegnimento quando non utilizzati anche per poco tempo e
un addestramento molto chiaro al personale che usufruisce di questa tipologia
di svolgimento delle proprie mansioni.
A casa la persona deve avere un
luogo idoneo per poter lavorare, tranquillo e sicuro, con una postazione di
lavoro a norma e senza luce diretta alle spalle, con una sedia da ufficio con 5
raggi o comunque in grado di garantire una comoda anche se lunga permanenza in
seduta da parte delle persone. Una luce naturale sarebbe ideale, in ambienti
non troppo illuminati serve però una luce vivida, anche se indiretta. Alcune
aziende forniscono il materiale, ma in molti casi celo si deve procurare o
adattare l'esistente, ma per avere un'idea, una buona stazione di lavoro con
video esterno da almeno 21 pollici, la scrivania, la sedia e l'illuminazione
può costare da 400 a 750 euro.
Computer e cellulari hanno
bisogno di una rete per funzionare. Se si utilizza il supporto di un provider e
si ha un accesso da casa è necessario che anche il tipo di supporto sia di
qualità, sia per il volume di dati da gestire che nell'affidabilità del
servizio e protezione da tentativi di intrusione. Se si utilizza una scheda
dati all'interno degli strumenti informatici anche questa dovrà essere
adeguatamente supportata e garantita, verificando in prima battuta la copertura
di banda.
Bene, ora siamo pronti per
cominciare a lavorare. Forse. Perché sappiamo gestire il lavoro da remoto
nostro e dei nostri collaboratori? Una cosa cosa che finora è stata poco detta
a proposito delle attività svolte dalle persone che sono state costrette a
lavorare da casa è che lo SW non ha gli stessi orari di lavoro che normalmente
ci sono in azienda. Diciamo anche che il concetto di straordinario con lo SW
sparisce, che ciò che determina la rottura con lavoro tradizionale non è il
luogo da cui si lavora (da casa invece che dal proprio ufficio), ma come si
lavora. E questo è il grosso problema che solleva lo SW.
Parto dal luogo di lavoro: durante
questa crisi abbiamo sentito di come tante persone, soprattutto provenienti da
diverse zone d'Italia rispetto al proprio posto di lavoro, abbiano deciso di
tornare a casa prima di tutto per evitare di pagare inutilmente pigioni
altissime soprattutto nelle grandi città, ma continuando ad erogare in modo
costante e qualitativo il proprio lavoro. Anzi, forse anche più motivati e
felici. Poi, le persone devono entrare in una mentalità nuova, che è quella
della responsabilità personale del lavoro prodotto. Non che sia diversa da
quella che ognuno dovrebbe avere anche in ufficio, ma da casa e senza il
supporto fisico di colleghi e responsabili, c'è il rischio che almeno nelle
fasi iniziali di questa esperienza ci si senta un po' persi e si tenda ad essere
meno sicuri, meno concentrati, forse anche più timorosi di sbagliare.
Per questo occorre essere
preparati, entrare nella figura che gli esperti definiscono di
"professional". In molte occasioni di lavoro, se chi mi gestisce non
mi alimenta, non viene spontaneo andare a pretendere altro da fare. Da remoto è
anche più difficile che il mio responsabile si renda effettivamente conto nel
breve periodo della mia produttività, soprattutto se anche lui o lei sono stati
cacciati dentro questa esperienza senza aver potuto capire come gestire queste
nuove condizioni. Inoltre, in moltissimi casi (e qui parlano i numeri, se
almeno 6 milioni di persone hanno lavorato in SW senza sapere prima le regole
del gioco) si è lavorato secondo le logiche del lavoro in presenza, sia come
responsabile che come collaboratore, e questo ha causato sicuramente tensioni e
incomprensioni. Al telefono le uniche emozioni sono comunicate dalla voce e
anche se disponete di una videoconferenza (quelle in cui si è perfetti nella
parte dalla cintola in su, mentre sotto si è ancora in pigiama e pantofole) non
si può avere la medesima impressione che si ha in presenza.
Come si esce da tutto questo? E'
sicuramente la cosa più difficile, perché dobbiamo iniziare a lavorare per
"unità di lavoro assegnate", che magari non sono state definite
prima, che possono essere molto soggettive e causa di contestazione poi quando
ad un certo punto dell'anno si andrà a discutere il proprio profilo lavorativo,
che determina incentivi o premi. E credo che quest'anno servirà molta saggezza
e pazienza da parte di tutte le persone che hanno attivato lo SW per arrivare a
valutazioni efficaci ed equilibrate.
Per il futuro si dovranno
chiarire con le singole persone quelli che sono gli obiettivi, i tempi e le
modalità di erogazione delle "unità di lavoro", ma se si vorrà
entrare davvero nella mentalità dello SW, non si potrà più esigere solo il
rispetto dell'orario di lavoro come in presenza. Avete mai pensato (qualcuno
adesso mi odierà) che timbrare è la miglior garanzia per essere fisicamente al
lavoro, ma senza alcuna garanzia che si stia effettivamente lavorando? Ecco,
per contro, con lo SW certe garanzie decadono, anche se si invocherà di volta
in volta che la linea è lenta, che il computer o il cellulare hanno dei
problemi tecnici non meglio identificati (non sono mica un esperto per sapere
queste cose). Ma si è certamente "in proprio", se si sbaglia si
sbaglia "in proprio". Diventa più difficile evocare la
compartecipazione di altri sul proprio lavoro diretto.
SW significa che se ho bisogno di
fare qualcosa a metà mattina o cominciare più tardi a lavorare o smettere
presto e poi riprendere dopo cena, lo posso fare. Devo rispettare solo due
condizioni: gli impegni presi per meeting comuni e quindi per qualsiasi
attività in compartecipazione con altri colleghi o consulenti e le scadenze dei
lavori assegnati o programmati. Oggi invece in moltissimi casi non abbiamo
queste condizioni, proprio perché non sono state fissate a priori le regole e
le modalità di erogazione del lavoro. Ricordatevi che restate in squadra anche
quando siete soli, che l'uso del telefono per lavoro crescerà, che le teleconferenze
saranno pane quotidiano. Soprattutto se siete responsabili o coordinatori di un
team. Non è difficile fare questo, è solo diverso e occorre progettualità.
Per questo ribadisco che lo SW
non si improvvisa, è un progetto fondamentale per l'evoluzione del lavoro nel
prossimo futuro, per una migliore visione della vita e un diverso impegno delle
proprie forze. Ci sarà qualcuno che al ritorno nella normalità si chiederà se
lavorare in SW sia stato solo un sogno o un delirio, questo dipenderà molto da come
sono state sviluppate le tematiche che ho illustrato sopra. Personalmente sono
convinto che lo SW sia uno strumento potente ed efficace anche per la crescita
personale e professionale: difficilmente quello che impariamo nel lavoro poi
non entra anche nella nostra vita quotidiana.
Lo
Smart Working può cambiare la società
Ho affrontato nel precedente post
gli effetti dello Smart Working o Lavoro Agile legati alle attività della
persona che intende avvalersi di questa opportunità di lavoro, oggi diventata
di più ampio interesse e conoscenza, definita dalla legge 81/2017. Ma questo
nuovo modo di gestire il lavoro "di concetto" può avere un effetto
bomba sulla società, arrivando a mutarne profondamente anche gli aspetti
organizzativi e di somministrazione di alcuni servizi di grande impatto
sociale.
Non a caso, lo scorso anno,
durante il breve periodo di pausa estiva che abbiamo avuto dai nefandi effetti
della pandemia, quando già buona parte della popolazione riteneva conclusa
questa triste esperienza, hanno cominciato a levarsi da diverse parti voci
contro lo Smart Working (di seguito solo SW), che in alcuni casi sono apparse
subito come eccessivi o fuori contesto. Ad esempio, ricordo l'intervento del
sindaco di Milano, Sala, che contestava il ricorso, a suo parere, eccessivo
dello SW che andava a pregiudicare il lavoro della ristorazione, già in grave
crisi per gli eventi della pandemia.
Ne seguì un ampio dibattito su
chat e giornali, ma se da una parte è apparso che queste dichiarazioni altro
non fossero che l'evidente manifestazione di una resistenza al cambiamento, a
mio parere sono state la rappresentazione di timori reali da parte di chi ha
doveri istituzionali e di governo della società e che ha ben capito quale possa
essere il vero e pesantissimo impatto sulla trasformazione sociale che dovrà
seguire gli effetti che lo SW impone. Ecco perché vorrei qui tentare di
identificare quali siano questi effetti e che cosa comporteranno nell'attuale
contesto sociale, oltre a quali potranno essere le opportunità che invece
deriveranno da questa nuova condizione.
Partirò dunque dal punto di vista
delle aziende che dovranno gestire l'effetto SW verso le proprie attività, e
credo proprio che esse troveranno molte più opportunità che minacce. Infatti,
con una intelligente e preparata gestione dello SW, con una rotazione opportuna
in funzione dei ruoli, delle posizioni, delle attività da svolgere, valutate su
questo banco di prova che la pandemia ha messo a disposizione, potrà accadere
che la necessità di posti di lavoro in presenza si riduca dal 40 al 60% ed in
alcuni contesti anche di più. Questo potrà permettere di non aver più bisogno
di sedi faraoniche per centinaia o migliaia di persone, e di conseguenza di
abbattere una serie di costi fissi, trovare sedi anche più snelle ed economiche
nella gestione dei servizi come riscaldamento, raffrescamento, pulizia, consumo
energetico e così via. Evidentemente questo richiederà del tempo, perché prima
dovranno essere riprese e normalizzate le condizioni dello SW, come indicato
nel precedente capitolo, che oggi non può dirsi ancora concluso. Ma già questo
periodo ha dimostrato che il lavoro diventa più produttivo, si riducono le
malattie ed il personale è più sereno perché può gestire il proprio lavoro ed
il proprio impegno, in modo anche più soddisfacente rispetto al lavoro
tradizionale.
Se allora avremo qualche milione
di persone in meno sulla piazza delle grandi città e dei grandi centri di
aggregazione del lavoro, avete presente quanto cambierà tutto l'ambiente di
contorno a queste aziende? Ho detto prima, ad esempio, dell'opportunità di
avere sedi più piccole, quindi riduzione del personale per le pulizie e la
sicurezza fisica, forti riduzioni anche nella necessità della ristorazione
interna, ovvero le mense. Pensate un attimo, per chi è di Milano e non solo (sono
tante le immagini che le riprendono, ormai) della Piazza Tre Torri, con
migliaia di dipendenti di grandi gruppi assicurativi che occupano le torri e
che si affacciano su City Life, il nuovo quartiere della moda, ma anche con
tanta ristorazione. Un ambito di crisi, se all'allontanamento di migliaia di
lavoratori non subentrano attività di supporto ed un indirizzo più chiaro e
certo sulle possibilità di quell'area. Grossi investimenti finanziari che la
crisi pandemica rischia di infrangere e la politica (da qui anche l'intervento
di Sala) che non ne può restare esterna.
Ma non è solo questo. Milioni di
persone che non si muoveranno più come negli anni passati perché potranno
lavorare da casa, potranno anche sconvolgere il mondo del trasporto pubblico,
sia su gomma che su ferro, sia privato che pubblico. Piani di investimento e
potenziamento che potrebbero diventare non più necessari, con la conseguente
partita da giocare su come e cosa sia comunque opportuno fare. Speriamo non a
scapito della mobilità generale. Mercato dell'auto che rischia di perdere
centinaia di migliaia di clienti, i quali oggi necessitano della seconda o
terza auto e che potrebbero farne a meno in un'ottica di SW.
Per contro, dovremo invece capire
quelle che saranno le necessità e le opportunità che questo orizzonte apre
all'imprenditoria in crisi. Restare a casa a lavorare, ad esempio, implica per
la persona, se sola, di dover provvedere da se per il pranzo. Se si sta
lavorando, staccare per correre ai fornelli potrebbe non essere una gioia, ma
un supplizio. Potrebbero allora nascere nuove opportunità per la ristorazione
come già si è visto, anche nei centri grandi o piccoli dove potrà crescere la
richiesta di un pranzo sano e ben preparato da consumarsi in un tempo
ragionevole per poi potersi godere un po' di tempo libero prima di riprendere
il lavoro. L'esigenza è logico pensare che ci sia, si tratta di mettere in moto
il cervello per trovare un'offerta accattivante e conveniente. Teniamo presente
che le aziende che hanno il buono pasto lo continuano ad erogare anche al
lavoratore in SW, per cui un ticket pasto molte persone l'hanno in tasca e
magari aggiungendo un paio di euro al giorno potrebbero avere anche un prodotto
di qualità a domicilio.
Un'altra cosa che abbiamo visto e
che dovrà essere fortemente sviluppata è la dorsale della rete in fibra, per
poter accedere con velocità e portata di dati decente e non depresse da fattori
legati alla lentezza con cui il sistema informatico nazionale sta portando
questo servizio agli italiani. Ormai abbiamo capito che il futuro passerà su
Internet, la crisi ha sono accelerato questa necessità ed una volta di più
siamo in rincorsa per anni passati a sperperare patrimoni pubblici senza
realizzare il progetto per cui miliardi di euro sono stati investiti. Ora la
spinta di grandi interessi potrebbe essere quella che fa definitivamente
decollare questi interventi che non sono più differibili. Pensate alla
trasformazione della televisione da digitale terrestre a fibra, pensate a tutte
le attività comprese nell'ambito di Internet, e non c'è solo l'intrattenimento,
il gioco, la chat, gli acquisti compulsivi. Vi è il vero progresso futuro, che
quindi andrà gestito al meglio perché dovrà essere sorvegliato, di diritto
pubblico e fornito nella forma di servizio.
Per questo ritengo si dovrà anche
molto rafforzare il sistema di sorveglianza, la Polizia Postale ed anche la
giurisprudenza si dovrà adeguare con normative e leggi più attinenti questa
nuova dimensione dell'essere società. Perfino a livello etico (se non morale)
si dovrà comprendere cosa sia opportuno e migliorativo da ciò che invece è
denigrante e occulto. Si dovrà maturare una nuova coscienza sociale di tutte
queste cose perché non è semplice definire e descrivere tutte le varianti che
entrano in questo gioco e che potranno anche stravolgere il nostro modo di
vivere insieme, in poco tempo, da come lo conosciamo oggi.
Solo fantasie? Lo scopriremo solo
vivendo. Grazie Mogol.
Nuovo
Fisco e nuova Economia
Ho atteso qualche giorno prima di
scrivere qualcosa che potesse sembrare una scopiazzatura da qualche brandello
di crisi di governo, ma purtroppo devo dire che oltre al nome di Draghi questa
crisi non ha portato alcuna novità. Non ritengo una novità infatti che la Lega
voti col PD, ma solo un male necessario. Ed anche il nome di Draghi non può
essere considerato troppo nuovo, nel senso che avevo l'impressione che fosse in
panchina in attesa di diventare il futuro Presidente della Repubblica.
Quindi quelle che potevano essere
le mie idee in materia di economia e, soprattutto, finanza, sembra che non
siano state scosse dalla nuova carica di ministeri. Pertanto continuerò il mio
ragionamento così come lo avevo impostato, senza timore di essere né
contraddetto, né apprezzato, visto che ho l'impressione di scrivere soprattutto
per me. Ma anche così la cosa non mi dispiace.
Dunque, cosa vorrei vedere per il
futuro? Partiamo dall'economia, che forse è anche quella più semplice e tutto
sommato quella che è già più vicina a quella che è la mia idea di economia del
futuro. Vedo perciò l'avvento di una economia verde, che previlegia l'ambiente
e si impegna e rivedere tutte le filiere produttive nell'intento di
salvaguardare in Pianeta, non solo a parole o per marketing, ma con un effetto
riscontrabile in termini di economia circolare. Per contro, questo significa
anche una revisione completa delle regole che finora hanno consentito di
sviluppare economie non rispettose non solo dell'ecologia, ma anche della
giustizia in termini di retribuzione e imposte, di valutazione della produzione
del reddito e della tassazione del lavoro.
Si deve pertanto aprire una
stagione di profonde riforme, soprattutto per la nostra amministrazione dello
Stato e della cosiddetta burocrazia, che deve essere ridotta al minimo ed
efficientata. Questo significa anche una completa ristrutturazione degli Enti preposti,
sia in termini di numero che di qualità del lavoro prodotto. Quante volte nel
passato abbiamo sentito parlare di Enti inutili, ma dopo decine di anni ancora
esistenti e operativi, anche le se la ragione per cui erano stati creati ora
non esiste più o è cambiata di obiettivo? In sostanza, si deve aprire una nuova
stagione di trasformazione nel modo di operare del pubblico e del privato, col
primo a supportare e facilitare l'opera del secondo. Sembra facile a dirsi, ma
finora l'azione del pubblico è stata più di controllo e di ostacolo allo
sviluppo di una efficace imprenditoria.
Per qualcuno questo fatto si
sintetizza con la allocuzione "fare sistema". Io la traduco con
"tirare tutti dalla stessa parte". Concetti semplici rendono semplici
anche le cose complicate. Se abbiamo un apparato produttivo tra i più
qualificati e preparati al mondo, se abbiamo scienziati, ricercatori e tecnici
fra i migliori al mondo, non possiamo ostacolare la crescita facendo fuggire le
menti migliori (e non per avere un migliore trattamento economico, ma
semplicemente per trovare un posto di lavoro!) o fiaccando l'iniziativa perché
non riusciamo a creare incubatori in grado di generare idee innovative.
E questo perché abbiamo anteposto
la burocrazia alla nostra intelligenza, perché sappiamo che la gente è abituata
a fare la furba e a dribblare le regole e pensiamo a regole sempre più
stringenti e restrittive, delle quali chi vuole fregarsene lo può fare
tranquillamente, mentre coloro che vogliono agire in modo legale e rispettoso
delle regole si trovano impastoiati nella rete stessa che doveva catturare i
malfattori. Dobbiamo anche prendere atto che le più grandi multinazionali
internazionali non sono aziende produttive, ma soprattutto commerciali con
residenza su Internet. La rete
informatica costituisce la più grande novità anche per chi opera in
industria e commercio, ma in molti casi essi sono molto frustrati dalla
presenza di questi giganti che fatturano in un anno quanto un piccolo stato.
Diventa difficile perfino per lo Stato calibrare le proprie azioni. La
tassazione di queste mega aziende è sempre un rebus, spesso si fattura in Paesi
che hanno una fiscalità favorevole e quindi si danneggiano invece quegli stati
che producono l'esito di queste attività. I commercianti locali sono quindi i
primi ad essere danneggiati da questo modo di procedere, ma è anche vero che la
storia dell'evoluzione ci ha insegnato che ad estinguersi non è sempre il più
piccolo, ma il meno capace di adattarsi alle nuove situazioni. Questo vale anche
in economia.
Uno dei motivi per cui non siamo
attrattivi per i capitali stranieri e quindi per investimenti che vadano a
sviluppare quel tessuto imprenditoriale giovane di cui dicevo poco sopra, è
proprio l'esistenza di leggi che sono più deprimenti che incentivanti e in cui
la lentezza della Giustizia diventa uno spauracchio per cui è meglio girare al
largo. Investono volentieri invece coloro che devono esportare capitali o
creare relazioni poco chiare, dove, come si usa dire, "nel torbido si pesca
meglio".
Solo da questi presupposti si può
capire che senza una adeguata riforma radicale della pubblica amministrazione,
della burocrazia e della giustizia, oltre ad un fisco più equo per le aziende e
una più schietta gestione degli investimenti pubblici per creare le
infrastrutture necessarie per muovere tutta l'economia, a partire dal Turismo
che per noi è e resterà fondamentale, noi non avremo nessuna possibilità di
affrancarci dall'enorme debito pubblico che ci assilla e non riusciremo a fare
altro che essere subalterni a tutte le altre economie mondiali, delle quali
diventeremo solo una appendice.
Ma c'è dell'altro, e per me è
anche più importante di qualsiasi altra innovazione finora rappresentata. Si
tratta di cambiare totalmente le politiche legate alla famiglia. Ora più che
mai, se vogliamo avere un futuro non solo come Nazione, ma anche come popolo
italiano. Da sempre lo Stato ha dedicato le briciole della sua finanza alle
famiglie. Sgravi fiscali: inefficaci e non incisivi. in una nazione dove si fanno pochi figli forse la politica
si è dimenticata di quali siano i costi per portare dalla gravidanza al
completamento degli studi un bambino o bambina. Le mance erogate per decenni
non hanno fatto adeguatamente supportato lo sviluppo familiare: no è vero che i
figli sono un investimento, per i genitori certamente, ma lo devono essere
anche per lo Stato che da solo figli non ne fa. E uno Stato che non mantiene i
propri figli è uno Stato senza futuro.
Ci siamo sforzati di inventarci
il reddito di cittadinanza, per scoprire che in molti casi si è trattato di
soldi dati a pioggia, nel migliore dei casi, se non di vere e proprie frodi.
Così come se parliamo di previdenza, abbiamo ciechi che ci vedono, storpi che
corrono, sordi che ascoltano la radio. E non si tratta di miracoli. Abbiamo
persone che muoiono ma si continua a tenerle in vita per mantenere la pensione,
ci sono pensionati che mantengono la famiglia di figli e nipoti per permettere
loro di avere un futuro. Tutto questo non è giusto, e di certo concorre
l'onestà delle persone, prefigurando una propensione al crimine, alla truffa, a
gabbare l'altro e questo per la resa della politica sempre alla ricerca del
consenso.
E intanto le famiglie con figli,
le uniche entità che possono essere davvero soggetti credibili per l'uso
corretto di risorse pubbliche, continuano a dover stringere i denti per andare
avanti. Famiglie di giovani che non vogliono figli perché non hanno risorse
sufficienti: questo è una tragedia! Spendere gli anni migliori senza figli per
cercarli poi in età più avanzata, con rischi per la vita della madre e del
bambino. Una vecchia definizione assegna alla famiglia il ruolo di cellula
fondante della società. Non si fa nulla con gli slogan, ma se escludiamo la
famiglia dal circolo virtuoso che può nascere dalla sua esistenza, una volta di
più stiamo minando il nostro futuro. La famiglia come "una cosa da
ricchi"? Sì, se non si fa qualcosa alla svelta.
E dirò qui un'ultima cosa che
spero faccia pensare qualcuno, magari nella stanza dei bottoni. In America
sottrarre risorse al fisco mentendo sulle tasse è un reato federale (quindi
comune a tutti gli Stati che la compongono) punito con pene detentive che in
Italia non danno nemmeno a chi uccide la moglie. E questo ha un suo preciso
perché, che viene quasi del tutto ignorato da noi. Perché se non si concorre
alle spese comuni tutti sulla base del proprio reddito effettivo, lasceremo ad
altri l'onere di questo contributo. Manderemo i nostri figli alla scuola, ci
faremo curare dal medico o in ospedale, chiederemo protezione alle Forze
dell'Ordine senza aver mai corrisposto quanto dovevamo. Ci lamenteremo dello
stato delle strade e dell'illuminazione, perfino della buca davanti a casa, ma
se non abbiamo pagato le tasse non ne avremmo il diritto. Se, come succede ora
col virus Covid, dovessimo scoprire che centinaia o migliaia di persone hanno
goduto di cure costose senza aver mai dato in tutto o in parte il loro giusto
contributo alla finanza pubblica, quelle persone sarebbero ladri e forse perfino
assassini, laddove la loro mancanza di onestà fiscale abbia impedito o
rallentato l'erogazione di servizi sanitari a persone che invece hanno sempre
contribuito secondo le loro disponibilità, causando loro danni maggiori o
perfino la morte. Per questi motivi credo che si debba avere da una parte un
fisco più giusto, che non chieda "alle solite persone" di dare il
loro contributo fisso, come lavoratori dipendenti e pensionati fanno per certo,
ma dall'altra crei i presupposti per un forte inasprimento delle pene per chi
evade le tasse in tutto o in parte.
Sappiamo che la legge e di
conseguenza la giustizia può essere facilmente aggirata. Dobbiamo creare
presupposti perché questo non accada più, creando testi unici che raggruppino e
magari cancellino leggi risalenti al Regno d'Italia e anche più recenti ma
inadeguate, che siano più in linea con i tempi e con le tecnologie. La
rivoluzione informatica si renda strumento di maggiore integrazione e
velocizzazione di tutto l'impianto di leggi e dei processi, pur nella
salvaguardia del diritto. Che però non deve essere a senso unico, ovvero solo
di e per coloro che hanno le risorse economiche per zittire tutto e tutti.
Queste, a grandi linee, sono le mie
considerazioni sul futuro del dopo Covid. Ho avuto una visione abbastanza
lungimirante, chiara e condivisibile? Chi lo sa, oggi. Per questo l’ho scritto
qui, per vedere tra qualche tempo, se le mie considerazioni siano state corrette
o meno. E anche voi lo potrete fare.
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