sabato 27 febbraio 2021

Noi come i dinosauri

Proprio in questi giorni una ricerca dell'Università del Texas nel Golfo del Messico ha trovato la prova che ad estinguere i dinosauri circa 66 milioni di anni fa è stato un asteroide, probabilmente una cometa, composta per la maggior parte di iridio, minerale poco diffuso sulla Terra. La prima traccia di questa ricerca risale al 1974, quando fu trovata una quantità anomala di iridio proprio da dei ricercatori italiani nella gola del Bottaccione, località presso Gubbio. 

Per quasi 50 anni questa ipotesi è rimasta tale, ma proprio ora trova conferma perché i ricercatori Texani hanno trovato una placca di iridio risalente proprio a 66 milioni di anni fa davanti a Cancun, nel Golfo del Messico, ad una profondità di circa 600 metri dal fondo marino. Proprio dove si pensava che fosse caduto quel masso di circa 10 chilometri di diametro e che sprigionò una potenza pari a 10 miliardi di bombe atomiche come quella di Hiroshima. 

Tutto questo mi ha portato a fare alcune riflessioni che vorrei condividere con voi. La prima: troviamo la prova di quell'immane disastro proprio nei giorni in cui una terribile pandemia sta minacciando l'intera razza umana. E' difficile che ci estingueremo per questo virus, ma di certo se nel 2020 una nazione come gli Stati Uniti d'America ha avuto mezzo milione di morti, l'ipotesi di una strage mondiale non è così banale. Gli effetti della caduta dell'asteroide furono un inverno durato 20 anni, temperature medie più basse sull'intera superficie terrestre di almeno 20 gradi (pensate che oggi con 3 o 4 gradi di differenza abbiamo effetti catastrofici come stiamo osservando per il riscaldamento globale), si generarono nuove specie come gli uccelli, discendenti diretti di antichi rettili che misero le piume e svuotarono le loro ossa per essere più leggeri, più piccoli e più agili nel volo.

La seconda: questa pandemia non passerà da questo pianeta senza aver fortemente caratterizzato il nostro futuro. Già oggi vediamo che, come per i dinosauri, quando cambiano i parametri vitali cambiano anche le capacità di adattamento. Faccio adesso un ragionamento al limite, seguitemi e se volete commentate: la ricerca scientifica ci fa capire e la comunicazione ci informa di come questa emergenza globale si sviluppi, cambi nella sua forma e cambi le nostre abitudini. Capacità di adattamento significa che se continuiamo a pretendere di vivere come prima, con feste, assembramenti, celebrazioni, comunità, divertimenti, in qualche modo ci estingueremo. Perché di fronte a questo pericolo abbiamo voluto mantenere un livello di vita simile e affine a quello che avevamo in precedenza. Siccome il virus non lo vediamo, il virus non esiste. "Ci vogliono far credere che esista..." e via così. Se avessimo spiegato ai dinosauri che sarebbe caduto un asteroide e che sarebbero morti tutti, ammesso che potessero capire, ci avrebbero riso in faccia.

E così per noi. Malgrado tutto, se non sei stato toccato dal virus, non ci credi, neghi la sua esistenza e pensi che qualcuno voglia dominare il mondo attraverso questa fandonia. Peccato che quel mezzo milione di morti, uno dei pochi dati certi di questa pandemia, sia lì a dirci che nel Paese più tecnologico del mondo si muore per una cosa che manco si vede. In tutta la sua storia, l'America non ha mai avuto un numero così grande di morti nemmeno sommando tutti quelli avuti nella prima e seconda guerra mondiale e pure quelli di Vietnam e Corea. Pensate. 

Nel mondo abbiamo avuto finora in via ufficiale 2 milioni e mezzo di morti, ripeto quanto già detto in altre occasioni, per me ne manca quanto meno un milione. Ma se questo fosse successo anche solo 60 o 70 anni fa i morti sarebbero stati molte decine, ben più di quelli fatti dalla Spagnola, perché oggi disponiamo di medicine, ospedali e terapie che a quell'epoca non c'erano, come non c'erano i mezzi di comunicazione di oggi e le informazioni scientifiche di cui disponiamo, vaccini e antibiotici. Ci sentiamo in qualche modo invulnerabili, immortali. Falso.

Tutto questo ci porta a riflettere sui progressi scientifici che abbiamo raggiunto negli ultimi 50 anni. E a ciò che ci hanno lasciato credere. Questo nostro sentimento di invulnerabilità nasce dal fatto di sentirci padroni di ciò che ci circonda, possiamo creare realtà alternative, come con i video giochi, che sembrano vere, abbiamo una fantasia sfrenata e i film e le serie TV ci rendono anche prigionieri di questa fantasia al punto di non riuscire più a distinguere la realtà dalla fantasia. Sapere quale sia la serie più vista e premiata del 2019? Chernobil, Per far capire al mondo quanto fosse stato devastante dell'evento, c'é voluta una serie TV. Non bastavano le cronache, non bastava la memoria delle persone. 

Così come questo virus, almeno in Italia, sta cancellando una intera generazione di anziani. La memoria del secolo passato, delle guerre, quelle che noi non conosciamo se non grazie ai telegiornali. Io ricordo la prima guerra del Golfo, trent'anni fa. La gente faceva scorte di ogni cosa, in due giorni i supermercati avevano terminato le scorte, ci furono persone che comprarono una montagna di cose che in buona parte, quando deperibili, fu buttata senza essere utilizzata. 

Abbiamo paura di perdere il nostro benessere acquisito senza meriti, almeno noi che viviamo in paesi ricchi. Non abbiamo più il senso dell'accoglienza e della solidarietà, ma solo quello dell'economia e del guadagno, non si capisce nemmeno a quale fine. Perché quando hai 200 miliardi di dollari di patrimonio personale, non sai più né dove metterli né quale nuova impresa aprire. 

Così ci estingueremo, come i dinosauri.

domenica 21 febbraio 2021

21.02 DOPO IL COVID

Il Sole. La nostra stella. Da lei dipende la nostra vita su questo pianeta. Beh, in effetti, non solo da lei. Noi ormai siamo in grado di spazzare via la Terra dal nostro sistema solare quando vogliamo, basterebbe solo una piccola guerra nucleare. Ma se anche noi non riuscissimo in questa impresa, tra 4,5 miliardi di anni il Sole si spegnerà. Potrà esplodere o diventare un buco nero, ancora non lo sappiamo. Di certo si espanderà fino ad inghiottire Mercurio e a lambire Venere, bruciando la Terra dove le temperature saliranno fino a 400 gradi. Quello che è certo è che per quella data la vita sul nostro amato pianeta non ci sarà più.

Ma fino ad allora noi dovremo cercare di lottare per vivere al meglio su questo simpatico pianeta, dove tutta una serie di eventi e condizioni cercano di annientare la popolazione mondiale. Terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni, incendi, catastrofi di ogni genere, politici, epidemie e ora pandemie. Sembrerebbe una situazione disperata, ed in realtà lo è soprattutto per coloro che ne rimangono colpiti.

Il Coronavirus o Covid19 da un anno rende le nostre giornate un supplizio. Per chi sta male, per chi ha amici e parenti infetti a casa o peggio, in ospedale, magari in reparti di terapia intensiva o rianimazione, ma anche per chi sta bene perché potrebbe essere ugualmente positivo e non saperlo nemmeno, col rischio di diventare untore verso le persone più care.

Tutti seguiamo più o meno assiduamente le cronache di questa pandemia, e anche adesso che stanno arrivando i vaccini, le polemiche incalzano e la tranquillità della vita normale (che già di suo ha tante ansie) non si vede ancora.

Ecco perché ho pensato di guardare avanti, di pensare al dopo. A come cambierà la nostra vita dopo questa pandemia, perché cambierà e di parecchio. In molte cose. Ma prima di tuffarci in questa visione del futuro, credo sia importante anche focalizzare almeno tre cose che abbiamo già imparato da questo disastro che sta condizionando il mondo.

La prima è che la nostra fantasia è sempre in grado si superare la realtà. Purtroppo questo non sempre è una cosa bella. Ci dobbiamo rendere conto che viviamo in un mondo dove spesso la fiction guida la nostra vita. Così possiamo anche inventarci che le ambulanze girino vuote solo per creare panico. Che i malati siano pagati per sembrare tali. Che i vaccini non esistano e che sia solo acqua distillata quella che mettono in corpo. Peccato che i morti non tornino indietro, e le famiglie possono anche essere state pagate per simulare questo, ma i morti nelle bare ci sono. Eccome. A centinaia, a migliaia. Adesso nel mondo sono più di due milioni, quelli ufficiali. Perché se dobbiamo credere ad una fantasia, quella è proprio che i numeri ufficiali non dicono la verità. Come  ho già detto molte volte, non posso credere ai numeri della Cina, che dice solo quello che vuole dire, e non posso credere ai numeri di India e Brasile, che hanno vasti territori densamente popolati e ancora non coperti da un supporto medico adeguato, dove le usanze locali seppelliscono o bruciano i morti prima che arrivino le statistiche. In America la gestione Trump è stata pessima, lo dimostrano i 400.000 morti ufficiali e la conseguenza è uno stato di guerra dichiarato da Joe Biden. La Gran Bretagna è il paese che in Europa ha il maggior numero di morti, proprio in questi giorni supera quota 100.000, e deve vedersela anche con la variante inglese, che pare essere pure peggio delle altre varianti. Ed ha la Brexit, tempismo perfetto per trovarsi in un mare di guai. E non solo perché è un'isola. Pensare che tutti i Paesi del mondo si siano coalizzati per inventarsi un virus malefico che sparga terrore e lacrime, spegnendo la fiducia nel futuro e sopprimendo tutte le economie mondiali, è puro delirio.

Apro un inciso, ma importante. Una delle contestazioni più idiote che ho sentito riguarda la comparazione con l'influenza Spagnola, che nel 1920 fece oltre 50 milioni di vittime nel mondo. Come detto, noi siamo a poco più di 2 milioni. Secondo me, questa pandemia è molto più grave e devastante di quella di allora. Provate a pensare alle condizioni in cui si viveva nel 1920: non c'erano ancora gli antibiotici, e nemmeno buona parte delle medicine antivirali. Ci si curava col chinino. Gli ospedali non erano minimamente attrezzati con zone sterili, terapie intensive e rianimazioni. Non esistevano macchinari per la respirazione forzata, i metodi di intubazione moderni, gli apparecchi di monitoraggio. Non fu creato un vaccino particolare per curare l'infezione e l'immunità di gregge fu raggiunta proprio attraverso chi superò e sopravvisse alla crisi pandemica. Le fonti di informazione erano poco efficienti, le conoscenze tra i ricercatori arrivavano con settimane o mesi di ritardo. Oggi viaggiamo in tempo reale, siamo in rete, abbiamo tutti la mascherina ed una igiene personale e una consapevolezza non comparabili con quelle di allora. Per cui a me impressionano i 400.000 morti in America. Chiudo l'inciso.

La seconda è l'importanza del tempo e delle persone. Secondo le statistiche, l'età media dei decessi in Italia è intorno agli 80 anni. Nello specifico, circa 10.000 ultraottantenni sono morti. Questa è l'unica fascia di età dove le donne sono più degli uomini a morire. Molto più degli uomini. Forse perché le guerre (anzi, ormai possiamo parlare solo della seconda guerra mondiale) hanno sterminato più uomini che donne. Ma stiamo parlando anche di persone nate prima del 1940. Vuol dire che se ne sta andando più velocemente di quanto non fosse prima, tutta quella ancora ricca massa di ricordi diretti di cosa volesse dire la guerra e le sue conseguenze. Di persone che sono nate sotto la monarchia, che hanno vissuto il fascismo, che sanno cosa vuol dire un bombardamento aereo, la deportazione e lo sterminio nazista. Se ne vanno coloro che hanno vissuto e pagato sulla propria pelle errori di altri, hanno saputo rimboccarsi le maniche e ricostruire questo Paese dalle macerie della guerra, fino a renderlo una nazione ricca e agiata, in cui figli e nipoti hanno iniziato a godere di un benessere prima sconosciuto. Sono coloro che ci hanno insegnato la solidarietà, che hanno compiuto errori ma avevano anche l'onore di riconoscerlo, cosa rara oggi. Persone con una storia dentro, che l'hanno raccontata ai nipoti, i quali hanno come riferimento i giochi elettronici. Mi viene un nodo in gola pensando a quante cose avrebbero avuto ancora da dirci e quanto poco tempo abbiamo dedicato loro. Questo del tempo lo riprenderò come concetto, ma adesso vi do un consiglio: se avete ancora un bisnonno, che sappia raccontarvi le favole, andate da lui e fatevi raccontare quelle che ancora non vi ha narrato. Se avete paura di passargli l'infezione, fatevele raccontare al telefono, registratele. Non lasciate che un briciolo di questo patrimonio vada sprecato. E ricordate che il virus uccide anche chi è più giovane, tante belle teste pensanti ci sono state strappate. Tanti affetti. Tanto dolore. Non insultate questo dolore dicendo che non esiste.

La terza, e forse anche la più devastante, è che l'economia malata è di gran lunga la cosa più importante della nostra epoca. Per l'economia si mente, per l'economia ciò che era fantasia può diventare realtà. Menzogne, generate dal fatto che se non mento, mentirà il mio "competitor" e lui si prenderà la fetta più grossa della torta. Non la cura della persona, ma la cura del capitale. Per un gioco economico si accrescono le proprie capacità produttive dei settori più delicati di questa crisi e ci si prende gioco delle persone, fornendo la promessa di vaccini che non ci sono ancora. Ci sono settori dell'economia che si sono trovati inaspettatamente in un vantaggio economico gigantesco e insperato, hanno realizzato guadagni immorali alle spalle di chi non ha capacità contrattuale. Questa crisi però ha solo tolto un velo ad una economia malata e sperequativa, dove gli stessi Governi non hanno armi, dove alcune aziende hanno un fatturato che è più di quello di tanti piccoli e poveri Stati di questo pianeta e come tali riescono ad avere potere, a fare pressioni, a dettarne tempi e modi, non sempre limpidi. Hanno accumulato ricchezze che potrebbero bastare per pagare i vaccini di tutti i popoli della Terra, ma se li terranno per se. Semmai, con grande clamore mediatico, concederanno come beneficienza le briciole dei loro ricavi. Ma i milioni di persone che hanno perso e perderanno ancora il posto di lavoro andranno ad ingrossare la massa dell'offerta di lavoro a basso costo. Persone che pur di lavorare, pur di poter pagare i mutui assunti, pur di poter mantenere una famiglia che oramai non ha più risorse, sono disposte a lavorare sottopagate. E quindi diminuirà ancora il costo del lavoro, i ricchi aumenteranno i profitti, i poveri saranno più poveri. Questo modello di economia non può reggere. I primi segnali sono stati già visti durante la crisi di dieci anni fa, ma superato il momento di recessione nessuno ha più avuto il coraggio di intervenire. i Governi preferiscono misure temporanee di salvataggio piuttosto che mettere in atto una decisa politica di transizione dall'economia tradizionale all'economia digitale. Anche di questo torneremo a parlare guardando al futuro.

Ecco, con questo sguardo sul presente mi appresto a fare qualche considerazione sul futuro. Che dovrà essere migliore di ciò che abbiamo visto finora. Lo dobbiamo ai nostri figli, a cui stiamo zavorrando ancora di più il futuro attraverso i debiti che stiamo assumendo per superare questa crisi. Di cui però non vediamo la fine. La debole luce in fondo al tunnel che erano i vaccini, sta allontanandosi, credevamo fosse più vicina e invece... Ma tutto questo passerà, ce la faremo. Non con quell'inno alla speranza e alla gioia che era "Andrà tutto bene", perché già di cose brutte ne abbiamo passate parecchie, ma con un pragmatismo ed un discernimento maggiori. Torneremo forse ad apprezzare la filosofia, andremo più piano. Apprezzeremo la lentezza e non solo la velocità. Ci gusteremo un cielo azzurro, perché prima della crisi non avevamo nemmeno il tempo di alzare gli occhi. Tutto questo sta in noi. Siamo sempre noi che decidiamo della nostra vita, anche quando non sembra sia così.

 

La Sanità Malata

Mi sembra giusto iniziare la mia riflessione sul futuro senza Covid proprio partendo dalla Sanità. Prima di tutto un sentito e doveroso grazie a tutto il personale medico, paramedico, ausiliario che finora si è prodigato in modo encomiabile per contenere questa crisi, poi un sentito ricordo per chi in ambito sanitario, si è sacrificato a causa di questo virus e non si è risparmiato ben sapendo a cosa andava incontro. Se la parola "eroi" è troppo enfatica, nessuno si permetta però di disonorare la memoria e i sacrifici di tutte queste persone.

Non può iniziare alcuna riflessione senza questa premessa. Molti di coloro che sono morti e anche di coloro che fra il personale della Sanità si sono ammalati avrebbero potuto evitare di prendere il virus, se le condizioni di procedure, conoscenza e gestione della pandemia fossero state chiare, se vi fosse stato da subito il materiale necessario a creare una barriera con questa minaccia. La prima cosa da fare allora è curare una Sanità malata.

Dovremo per il futuro tenere presente che queste pandemie potrebbero esplodere con maggiore frequenza e aggressività. Questo emergerebbe da alcuni studi compiuti su questa e altre epidemie del recente passato, ma già ora possiamo capire che il discorso delle cosiddette "varianti" implica una trasformazione continua dei virus. Ora in televisione siamo pieni di virologi che ci spiegano come funzionano e come mutano i virus, in buona parte aiutati dai nostri stili di vita. Per cui avere un piano pandemico aggiornato almeno ogni due anni (e non venti), avere scorte di guanti, mascherine, protezioni integrali in grado di coprire necessità impellenti e per un tempo ragionevole, senza dover contendere ad altri questi dispositivi, a volte cannibalizzando gli stessi ospedali e creando una rete in grado di poter produrre in poco tempo grandi quantità di questi dispositivi in locale, sarà uno dei punti primari da sviluppare.

Ma la Sanità è malata anche perché depredata nelle finanze nel corso di decenni e da ogni parte politica che ha trovato in questo terreno fertile per i tagli economici, a scapito della salute pubblica. Non solo. La rete primaria di assistenza capillare, quella dei cosiddetti "medici condotti" o di famiglia, è stata nel tempo demolita, soprattutto qui in Lombardia, dove il virus ha svolto con soddisfazione il suo sporco lavoro. Dobbiamo pretendere che questa rete venga ripristinata e riammodernata, certo utilizzando tutti gli strumenti che le nuove tecnologie mettono a disposizione, ma senza tornare alla squallida pratica del medico amministrativo che prescrive farmaci a comando, non visita il paziente e neanche lo tocca, non cerca nemmeno di capire se quello che lo stesso riporta è reale oppure no. Il medico che distribuisce referti di malattia a comando, il medico che non ricorda il paziente e non perché lo deva di rado, che sarebbe giustificabile, ma perché non si interessa di lui come persona. Non sono tutti così i medici, ma i nuovi dovranno evitare di diventare così.

Questa crisi sta poi facendo un danno collaterale gravissimo che scopriremo solo alla fine di questo periodo. Sono tutte le persone con malattie gravi o gravissime, dal tumore alla cardiopatia, dal diabete all'obesità e a tutte le altre malattie osteo-articolari, muscolari, respiratorie, fino a quelle psichiche e psichiatriche che in questo tempo non sono state curate né diagnosticate, rischiando di diventare da subito croniche quando saranno diagnosticate. Malattie che già producono l'effetto di esporre a maggior rischio Covid chi ne è affetto, ospedali che hanno chiuso i reparti clinici di cura per queste patologie e ammalati che rinunciano ad esami, a cure e a ricoveri perché dovrebbero essere presi in cura da nosocomi distanti decine di chilometri dal proprio luogo abituale di cura. Pazienti che non possono avere autonomia di movimento, che non potrebbero essere seguiti dalla famiglia, pazienti che verrebbero presi in cura non si sa da chi e dove. In parte, queste persone stanno già pagando il prezzo più alto, perché esposte al rischio morte da contagio Covid in modo maggiore delle altre. Da una vita ci dicono che la prevenzione è la prima forma di cura. Stiamo perdendo una guerra che avrà molti altri morti e non li conteremo come facciamo ora con il Covid.

Una riflessione la voglio anche dedicare a quei ragazzi che si sono trovati a fare il medico vero in un momento di grande emergenza. Sono sicuro che per la loro esperienza, questa sia una grande occasione, ma oggi sappiamo che ne avremmo avuti bisogno tanti altri, che non abbiamo. Già prima della crisi si diceva che con i medici che andavano in pensione, il numero dei nuovi medici era sottostimato a causa dei numeri chiusi imposti per non creare medici senza lavoro. Certo, col senno di poi possiamo dire che quello fu un errore enorme, ma già ai miei tempi vi era la sensazione che il lavoro di medico non sarebbe stato molto appetibile. Il lavoro di medico. No, signori, Fare il medico non è un lavoro. E' una chiamata, è un dovere sociale e morale. Non è per "avere un lavoro", ma per prendersi cura delle persone, è una missione. Ai miei tempi si diceva che medico, sacerdote e maestro erano una missione. Una frase caduta in disuso, ma che andrebbe ripristinata per avere una sanità migliore, una scuola migliore, una società migliore.

Ho detto prima "sfruttando tutte le tecnologie a disposizione", perché una delle poche cose buone di questa crisi pandemica è stata di averci fatto scoprire che le prescrizioni perenni, quelle che per malattie croniche si ripetono per sempre, oppure per le prescrizioni più semplici e di routine il medico può mandare la ricetta o la prescrizione di un esame direttamente al paziente via mail. Eh, ma i pazienti anziani? quelli che non hanno dispositivi? I miei genitori hanno 88 anni e riescono a fare un SMS al dottore e ricevere la ricetta sul loro cellulare. Non è questo il digital divide... e nel futuro avremo sempre più gente in grado di utilizzare queste tecnologie con maggiore destrezza. Anche le file negli studi non esistono più. Abbiamo scoperto la programmazione delle visite. E nel futuro potremo pensare a sistemi di monitoraggio di alcune patologie da casa, sistemi di rilevazione e trasmissione dati in grado di seguire costantemente al proprio domicilio anche pazienti una volta per forza ospedalizzati.

La Sanità deve tornare pubblica, garantita, gratuita. Non deve arricchire le cliniche private, che devono essere riconvertite al pubblico. I protocolli devono essere chiari e valevoli per tutti, non solo per qualcuno che può accedere con maggiore facilità grazie alla propria ricchezza perché la vita è una e vale per tutti. Non deve esistere l'equivalenza più soldi = più salute.

Anche dopo questa pandemia credo che certe precauzioni dovranno essere mantenute. Ad esempio: se avete dei figli o nipoti, avete notato che quest'anno se non hanno preso il Covid, difficilmente hanno avuto le solite malattie di stagione? Eppure è un inverno anche più rigido degli altri anni. I miei figli piccoli quest'anno non hanno né tosse, né raffreddore, neppure mal di gola o altre affezioni alle prime vie respiratorie. Tutto questo grazie alle mascherine e al distanziamento. Crisi delle case farmaceutiche che producono i principali medicamenti contro queste affezioni. Ricordiamocelo per il futuro.

Meno malattie significa più ore frequentate a scuola e più ore di lavoro produttivo. Il ritorno economico è diretto e immediato. La qualità della vita migliore. La sicurezza di una assistenza sanitaria capillare che ti segue ovunque tu vada, anche in vacanza, diventa una sicurezza in più. Un servizio sanitario digitale è anche questo, cartelle cliniche consultabili immediatamente da qualsiasi operatore del Sistema Sanitario Nazionale, a fronte di una qualsiasi affezione ovunque la persona si trovi. Un trauma, un incidente, una crisi può cogliere chiunque e in qualsiasi circostanza. Molte volte si perde tempo prezioso alla ricerca delle informazioni che si possono avere in pochi secondi se utilizzabili ai fini per cui vengono raccolte. Sono informazioni sensibili che vanno protette, ma per questo ci sono esperti informatici in grado di creare le opportune sicurezze e comunque il beneficio sarebbe molto maggiore rispetto al pericolo di violazione della privacy.

Infine, la prevenzione. Questa pandemia ci dice che dobbiamo sempre stare all'erta, con tutte le forze che disponiamo, perché i danni che può provocare un episodio come questo significa far arretrare di 10 anni le condizioni di vita per ogni sei mesi di crisi mondiale. E ci vorranno due anni di ritorno alla normalità per recuperare ogni semestre perso. Dobbiamo creare, come sembra si voglia fare, dei centri di sorveglianza permanenti, in grado di intercettare qualsiasi interferenza o variazione significativa nella presenza di agenti avversi alla salute prima che questi diventino evidenti con epidemie o pandemie. Non siamo più in clima di guerra fredda, ma una linea di confine invalicabile tra noi e le patologie di massa deve essere creata e presidiata, non solo adesso perché siamo in mezzo alla crisi, ma anche nel futuro perché non si sa da che parte possa arrivare la minaccia.

Sarà utile scoprire poi da cosa è stata scatenata questa pandemia, se è stato l'uomo nella sua scelleratezza o è la natura che si ribella alle nostre nefandezze. Forse non lo sapremo mai, perché almeno in alcuni casi è meglio non sapere o non far sapere. Ci sono troppi interessi in giro. Ma se la politica deve e vuole fare qualcosa di buono è non perdere traccia di quello che sta avvenendo e disegnare un futuro che garantisca a tutti una Sanità migliore, più fruibile, più buona.

 

Come cambia il lavoro: lo Smart Working

Se come primo argomento ho messo la Sanità, non posso non mettere al secondo il Lavoro. E lo scrivo con la L maiuscola perché non parliamo di semplice occupazione per ricevere uno stipendio, ma di una soddisfazione ad una necessità primaria, quella di realizzare economicamente e socialmente la propria persona .

Dunque, questa pandemia ha posto a tutti, lavoratori e datori di lavoro, il problema della continuità produttiva. Oggi la nostra vita richiede altrettanti servizi rispetto ai beni di consumo: banche, assicurazioni, agenzie di ogni tipo condividono, gestiscono o supportano le nostre necessità, così come abbiamo bisogno di fare la spesa o acquistare abbigliamento o cambiare auto.

L'industria produttiva, la filiera della distribuzione, sia magazzini che mezzi di trasporto, la mobilità, la sicurezza intesa sia come Polizia e Carabinieri che servizi di sorveglianza o alla persona, la sanità, l'edilizia, la scuola... queste attività non possono essere svolte utilizzando lo smart working, ovvero il lavoro agile.

Inquadriamo il problema: c'è chi deve per forza andare al posto di lavoro perché non può esercitarlo a distanza, ma c'è chi può farlo anche restando a casa. I dati che ci vengono forniti da varie fonti ma in particolare faccio riferimento a quanto afferma il professor Mariano Corso del Politecnico di Milano, dicono che siamo passati da circa 600.000 praticanti lo Smart Working prima della pandemia, a oltre 6 milioni durante la pandemia. Vi è dunque stato un fenomeno straordinario: chi svolge attività prettamente amministrative o intellettuali ha potuto continuare a farle dalla propria abitazione.

Come? Non senza difficoltà, talvolta superate "all'italiana", arrangiandosi, ma evitando anche così il diffondersi del contagio. Ora, il mio tentativo è quello di guardare oltre. Allora, come prima cosa, sarà utile capire per tutti cosa sia e come dovrebbe funzionare lo Smart Working in tempi normali, e magari anche cosa possiamo fare da subito almeno per cercare alcuni errori che si sono commessi in questi mesi.

La prima cosa da dire è che lo Smart Working andrebbe preparato in azienda in modo consapevole. Io ho avuto modo di seguire la nascita di questa "opportunità" fin dal 2015, in una grande azienda multinazionale dove lavoravo, e che è partita dal coinvolgimento delle rappresentanze sindacali e di tutti i lavoratori fin dalle prime fasi, basandosi sulla richiesta sviluppata proprio dalle maestranze, di poter gestire con maggiore flessibilità il proprio tempo, sia lavorativo che familiare. Lavorare a 80 chilometri di distanza dal luogo di lavoro è un impegno di tempo e di risorse anche economiche non indifferente, resta poco tempo libero anche a chi abita a poca distanza, ci possono essere bambini piccoli con tutti i problemi dell'essere piccoli, parenti anziani da accudire, persone malate o diversamente abili nel nucleo familiare che richiedono tempo e attenzioni. Ce ne sono ancora tante altre di motivazioni, ma conciliare l'attività lavorativa con la gestione del proprio tempo è stata ed è alla base di questa scelta. Una resistenza incontrata era il timore che con il lavoro agile avrebbe compromesso le possibilità di carriera, ma come vi spiegherò meglio più avanti, questo non dovrebbe mai avvenire.

Lo SW (per evitare di continuare a scrivere Smart Working, tanto si capisce), parte da un progetto. Non si realizza a caso, lo abbiamo fatto adesso con la pandemia perché costretti, ma per farlo funzionare bene dobbiamo fare un grosso passo indietro.

Nello SW dobbiamo partire dalla sicurezza dei dati e delle informazioni. Il vostro computer deve essere "blindato", impedendo dapprima l'accesso fraudolento ai dati da parte di terzi non autorizzati, ma anche la divulgazione di informazioni aziendali sensibili da parte del dipendente. Computer e telefoni devono avere accesso con password, modalità di spegnimento quando non utilizzati anche per poco tempo e un addestramento molto chiaro al personale che usufruisce di questa tipologia di svolgimento delle proprie mansioni.

A casa la persona deve avere un luogo idoneo per poter lavorare, tranquillo e sicuro, con una postazione di lavoro a norma e senza luce diretta alle spalle, con una sedia da ufficio con 5 raggi o comunque in grado di garantire una comoda anche se lunga permanenza in seduta da parte delle persone. Una luce naturale sarebbe ideale, in ambienti non troppo illuminati serve però una luce vivida, anche se indiretta. Alcune aziende forniscono il materiale, ma in molti casi celo si deve procurare o adattare l'esistente, ma per avere un'idea, una buona stazione di lavoro con video esterno da almeno 21 pollici, la scrivania, la sedia e l'illuminazione può costare da 400 a 750 euro.

Computer e cellulari hanno bisogno di una rete per funzionare. Se si utilizza il supporto di un provider e si ha un accesso da casa è necessario che anche il tipo di supporto sia di qualità, sia per il volume di dati da gestire che nell'affidabilità del servizio e protezione da tentativi di intrusione. Se si utilizza una scheda dati all'interno degli strumenti informatici anche questa dovrà essere adeguatamente supportata e garantita, verificando in prima battuta la copertura di banda.

Bene, ora siamo pronti per cominciare a lavorare. Forse. Perché sappiamo gestire il lavoro da remoto nostro e dei nostri collaboratori? Una cosa cosa che finora è stata poco detta a proposito delle attività svolte dalle persone che sono state costrette a lavorare da casa è che lo SW non ha gli stessi orari di lavoro che normalmente ci sono in azienda. Diciamo anche che il concetto di straordinario con lo SW sparisce, che ciò che determina la rottura con lavoro tradizionale non è il luogo da cui si lavora (da casa invece che dal proprio ufficio), ma come si lavora. E questo è il grosso problema che solleva lo SW.

Parto dal luogo di lavoro: durante questa crisi abbiamo sentito di come tante persone, soprattutto provenienti da diverse zone d'Italia rispetto al proprio posto di lavoro, abbiano deciso di tornare a casa prima di tutto per evitare di pagare inutilmente pigioni altissime soprattutto nelle grandi città, ma continuando ad erogare in modo costante e qualitativo il proprio lavoro. Anzi, forse anche più motivati e felici. Poi, le persone devono entrare in una mentalità nuova, che è quella della responsabilità personale del lavoro prodotto. Non che sia diversa da quella che ognuno dovrebbe avere anche in ufficio, ma da casa e senza il supporto fisico di colleghi e responsabili, c'è il rischio che almeno nelle fasi iniziali di questa esperienza ci si senta un po' persi e si tenda ad essere meno sicuri, meno concentrati, forse anche più timorosi di sbagliare.

Per questo occorre essere preparati, entrare nella figura che gli esperti definiscono di "professional". In molte occasioni di lavoro, se chi mi gestisce non mi alimenta, non viene spontaneo andare a pretendere altro da fare. Da remoto è anche più difficile che il mio responsabile si renda effettivamente conto nel breve periodo della mia produttività, soprattutto se anche lui o lei sono stati cacciati dentro questa esperienza senza aver potuto capire come gestire queste nuove condizioni. Inoltre, in moltissimi casi (e qui parlano i numeri, se almeno 6 milioni di persone hanno lavorato in SW senza sapere prima le regole del gioco) si è lavorato secondo le logiche del lavoro in presenza, sia come responsabile che come collaboratore, e questo ha causato sicuramente tensioni e incomprensioni. Al telefono le uniche emozioni sono comunicate dalla voce e anche se disponete di una videoconferenza (quelle in cui si è perfetti nella parte dalla cintola in su, mentre sotto si è ancora in pigiama e pantofole) non si può avere la medesima impressione che si ha in presenza.

Come si esce da tutto questo? E' sicuramente la cosa più difficile, perché dobbiamo iniziare a lavorare per "unità di lavoro assegnate", che magari non sono state definite prima, che possono essere molto soggettive e causa di contestazione poi quando ad un certo punto dell'anno si andrà a discutere il proprio profilo lavorativo, che determina incentivi o premi. E credo che quest'anno servirà molta saggezza e pazienza da parte di tutte le persone che hanno attivato lo SW per arrivare a valutazioni efficaci ed equilibrate.

Per il futuro si dovranno chiarire con le singole persone quelli che sono gli obiettivi, i tempi e le modalità di erogazione delle "unità di lavoro", ma se si vorrà entrare davvero nella mentalità dello SW, non si potrà più esigere solo il rispetto dell'orario di lavoro come in presenza. Avete mai pensato (qualcuno adesso mi odierà) che timbrare è la miglior garanzia per essere fisicamente al lavoro, ma senza alcuna garanzia che si stia effettivamente lavorando? Ecco, per contro, con lo SW certe garanzie decadono, anche se si invocherà di volta in volta che la linea è lenta, che il computer o il cellulare hanno dei problemi tecnici non meglio identificati (non sono mica un esperto per sapere queste cose). Ma si è certamente "in proprio", se si sbaglia si sbaglia "in proprio". Diventa più difficile evocare la compartecipazione di altri sul proprio lavoro diretto.

SW significa che se ho bisogno di fare qualcosa a metà mattina o cominciare più tardi a lavorare o smettere presto e poi riprendere dopo cena, lo posso fare. Devo rispettare solo due condizioni: gli impegni presi per meeting comuni e quindi per qualsiasi attività in compartecipazione con altri colleghi o consulenti e le scadenze dei lavori assegnati o programmati. Oggi invece in moltissimi casi non abbiamo queste condizioni, proprio perché non sono state fissate a priori le regole e le modalità di erogazione del lavoro. Ricordatevi che restate in squadra anche quando siete soli, che l'uso del telefono per lavoro crescerà, che le teleconferenze saranno pane quotidiano. Soprattutto se siete responsabili o coordinatori di un team. Non è difficile fare questo, è solo diverso e occorre progettualità.

Per questo ribadisco che lo SW non si improvvisa, è un progetto fondamentale per l'evoluzione del lavoro nel prossimo futuro, per una migliore visione della vita e un diverso impegno delle proprie forze. Ci sarà qualcuno che al ritorno nella normalità si chiederà se lavorare in SW sia stato solo un sogno o un delirio, questo dipenderà molto da come sono state sviluppate le tematiche che ho illustrato sopra. Personalmente sono convinto che lo SW sia uno strumento potente ed efficace anche per la crescita personale e professionale: difficilmente quello che impariamo nel lavoro poi non entra anche nella nostra vita quotidiana.

 

Lo Smart Working può cambiare la società

Ho affrontato nel precedente post gli effetti dello Smart Working o Lavoro Agile legati alle attività della persona che intende avvalersi di questa opportunità di lavoro, oggi diventata di più ampio interesse e conoscenza, definita dalla legge 81/2017. Ma questo nuovo modo di gestire il lavoro "di concetto" può avere un effetto bomba sulla società, arrivando a mutarne profondamente anche gli aspetti organizzativi e di somministrazione di alcuni servizi di grande impatto sociale.

Non a caso, lo scorso anno, durante il breve periodo di pausa estiva che abbiamo avuto dai nefandi effetti della pandemia, quando già buona parte della popolazione riteneva conclusa questa triste esperienza, hanno cominciato a levarsi da diverse parti voci contro lo Smart Working (di seguito solo SW), che in alcuni casi sono apparse subito come eccessivi o fuori contesto. Ad esempio, ricordo l'intervento del sindaco di Milano, Sala, che contestava il ricorso, a suo parere, eccessivo dello SW che andava a pregiudicare il lavoro della ristorazione, già in grave crisi per gli eventi della pandemia.

Ne seguì un ampio dibattito su chat e giornali, ma se da una parte è apparso che queste dichiarazioni altro non fossero che l'evidente manifestazione di una resistenza al cambiamento, a mio parere sono state la rappresentazione di timori reali da parte di chi ha doveri istituzionali e di governo della società e che ha ben capito quale possa essere il vero e pesantissimo impatto sulla trasformazione sociale che dovrà seguire gli effetti che lo SW impone. Ecco perché vorrei qui tentare di identificare quali siano questi effetti e che cosa comporteranno nell'attuale contesto sociale, oltre a quali potranno essere le opportunità che invece deriveranno da questa nuova condizione.

Partirò dunque dal punto di vista delle aziende che dovranno gestire l'effetto SW verso le proprie attività, e credo proprio che esse troveranno molte più opportunità che minacce. Infatti, con una intelligente e preparata gestione dello SW, con una rotazione opportuna in funzione dei ruoli, delle posizioni, delle attività da svolgere, valutate su questo banco di prova che la pandemia ha messo a disposizione, potrà accadere che la necessità di posti di lavoro in presenza si riduca dal 40 al 60% ed in alcuni contesti anche di più. Questo potrà permettere di non aver più bisogno di sedi faraoniche per centinaia o migliaia di persone, e di conseguenza di abbattere una serie di costi fissi, trovare sedi anche più snelle ed economiche nella gestione dei servizi come riscaldamento, raffrescamento, pulizia, consumo energetico e così via. Evidentemente questo richiederà del tempo, perché prima dovranno essere riprese e normalizzate le condizioni dello SW, come indicato nel precedente capitolo, che oggi non può dirsi ancora concluso. Ma già questo periodo ha dimostrato che il lavoro diventa più produttivo, si riducono le malattie ed il personale è più sereno perché può gestire il proprio lavoro ed il proprio impegno, in modo anche più soddisfacente rispetto al lavoro tradizionale.

Se allora avremo qualche milione di persone in meno sulla piazza delle grandi città e dei grandi centri di aggregazione del lavoro, avete presente quanto cambierà tutto l'ambiente di contorno a queste aziende? Ho detto prima, ad esempio, dell'opportunità di avere sedi più piccole, quindi riduzione del personale per le pulizie e la sicurezza fisica, forti riduzioni anche nella necessità della ristorazione interna, ovvero le mense. Pensate un attimo, per chi è di Milano e non solo (sono tante le immagini che le riprendono, ormai) della Piazza Tre Torri, con migliaia di dipendenti di grandi gruppi assicurativi che occupano le torri e che si affacciano su City Life, il nuovo quartiere della moda, ma anche con tanta ristorazione. Un ambito di crisi, se all'allontanamento di migliaia di lavoratori non subentrano attività di supporto ed un indirizzo più chiaro e certo sulle possibilità di quell'area. Grossi investimenti finanziari che la crisi pandemica rischia di infrangere e la politica (da qui anche l'intervento di Sala) che non ne può restare esterna.

Ma non è solo questo. Milioni di persone che non si muoveranno più come negli anni passati perché potranno lavorare da casa, potranno anche sconvolgere il mondo del trasporto pubblico, sia su gomma che su ferro, sia privato che pubblico. Piani di investimento e potenziamento che potrebbero diventare non più necessari, con la conseguente partita da giocare su come e cosa sia comunque opportuno fare. Speriamo non a scapito della mobilità generale. Mercato dell'auto che rischia di perdere centinaia di migliaia di clienti, i quali oggi necessitano della seconda o terza auto e che potrebbero farne a meno in un'ottica di SW.

Per contro, dovremo invece capire quelle che saranno le necessità e le opportunità che questo orizzonte apre all'imprenditoria in crisi. Restare a casa a lavorare, ad esempio, implica per la persona, se sola, di dover provvedere da se per il pranzo. Se si sta lavorando, staccare per correre ai fornelli potrebbe non essere una gioia, ma un supplizio. Potrebbero allora nascere nuove opportunità per la ristorazione come già si è visto, anche nei centri grandi o piccoli dove potrà crescere la richiesta di un pranzo sano e ben preparato da consumarsi in un tempo ragionevole per poi potersi godere un po' di tempo libero prima di riprendere il lavoro. L'esigenza è logico pensare che ci sia, si tratta di mettere in moto il cervello per trovare un'offerta accattivante e conveniente. Teniamo presente che le aziende che hanno il buono pasto lo continuano ad erogare anche al lavoratore in SW, per cui un ticket pasto molte persone l'hanno in tasca e magari aggiungendo un paio di euro al giorno potrebbero avere anche un prodotto di qualità a domicilio.

Un'altra cosa che abbiamo visto e che dovrà essere fortemente sviluppata è la dorsale della rete in fibra, per poter accedere con velocità e portata di dati decente e non depresse da fattori legati alla lentezza con cui il sistema informatico nazionale sta portando questo servizio agli italiani. Ormai abbiamo capito che il futuro passerà su Internet, la crisi ha sono accelerato questa necessità ed una volta di più siamo in rincorsa per anni passati a sperperare patrimoni pubblici senza realizzare il progetto per cui miliardi di euro sono stati investiti. Ora la spinta di grandi interessi potrebbe essere quella che fa definitivamente decollare questi interventi che non sono più differibili. Pensate alla trasformazione della televisione da digitale terrestre a fibra, pensate a tutte le attività comprese nell'ambito di Internet, e non c'è solo l'intrattenimento, il gioco, la chat, gli acquisti compulsivi. Vi è il vero progresso futuro, che quindi andrà gestito al meglio perché dovrà essere sorvegliato, di diritto pubblico e fornito nella forma di servizio.

Per questo ritengo si dovrà anche molto rafforzare il sistema di sorveglianza, la Polizia Postale ed anche la giurisprudenza si dovrà adeguare con normative e leggi più attinenti questa nuova dimensione dell'essere società. Perfino a livello etico (se non morale) si dovrà comprendere cosa sia opportuno e migliorativo da ciò che invece è denigrante e occulto. Si dovrà maturare una nuova coscienza sociale di tutte queste cose perché non è semplice definire e descrivere tutte le varianti che entrano in questo gioco e che potranno anche stravolgere il nostro modo di vivere insieme, in poco tempo, da come lo conosciamo oggi.

Solo fantasie? Lo scopriremo solo vivendo. Grazie Mogol.

 

Nuovo Fisco e nuova Economia

Ho atteso qualche giorno prima di scrivere qualcosa che potesse sembrare una scopiazzatura da qualche brandello di crisi di governo, ma purtroppo devo dire che oltre al nome di Draghi questa crisi non ha portato alcuna novità. Non ritengo una novità infatti che la Lega voti col PD, ma solo un male necessario. Ed anche il nome di Draghi non può essere considerato troppo nuovo, nel senso che avevo l'impressione che fosse in panchina in attesa di diventare il futuro Presidente della Repubblica.

Quindi quelle che potevano essere le mie idee in materia di economia e, soprattutto, finanza, sembra che non siano state scosse dalla nuova carica di ministeri. Pertanto continuerò il mio ragionamento così come lo avevo impostato, senza timore di essere né contraddetto, né apprezzato, visto che ho l'impressione di scrivere soprattutto per me. Ma anche così la cosa non mi dispiace.

Dunque, cosa vorrei vedere per il futuro? Partiamo dall'economia, che forse è anche quella più semplice e tutto sommato quella che è già più vicina a quella che è la mia idea di economia del futuro. Vedo perciò l'avvento di una economia verde, che previlegia l'ambiente e si impegna e rivedere tutte le filiere produttive nell'intento di salvaguardare in Pianeta, non solo a parole o per marketing, ma con un effetto riscontrabile in termini di economia circolare. Per contro, questo significa anche una revisione completa delle regole che finora hanno consentito di sviluppare economie non rispettose non solo dell'ecologia, ma anche della giustizia in termini di retribuzione e imposte, di valutazione della produzione del reddito e della tassazione del lavoro.

Si deve pertanto aprire una stagione di profonde riforme, soprattutto per la nostra amministrazione dello Stato e della cosiddetta burocrazia, che deve essere ridotta al minimo ed efficientata. Questo significa anche una completa ristrutturazione degli Enti preposti, sia in termini di numero che di qualità del lavoro prodotto. Quante volte nel passato abbiamo sentito parlare di Enti inutili, ma dopo decine di anni ancora esistenti e operativi, anche le se la ragione per cui erano stati creati ora non esiste più o è cambiata di obiettivo? In sostanza, si deve aprire una nuova stagione di trasformazione nel modo di operare del pubblico e del privato, col primo a supportare e facilitare l'opera del secondo. Sembra facile a dirsi, ma finora l'azione del pubblico è stata più di controllo e di ostacolo allo sviluppo di una efficace imprenditoria.

Per qualcuno questo fatto si sintetizza con la allocuzione "fare sistema". Io la traduco con "tirare tutti dalla stessa parte". Concetti semplici rendono semplici anche le cose complicate. Se abbiamo un apparato produttivo tra i più qualificati e preparati al mondo, se abbiamo scienziati, ricercatori e tecnici fra i migliori al mondo, non possiamo ostacolare la crescita facendo fuggire le menti migliori (e non per avere un migliore trattamento economico, ma semplicemente per trovare un posto di lavoro!) o fiaccando l'iniziativa perché non riusciamo a creare incubatori in grado di generare idee innovative.

E questo perché abbiamo anteposto la burocrazia alla nostra intelligenza, perché sappiamo che la gente è abituata a fare la furba e a dribblare le regole e pensiamo a regole sempre più stringenti e restrittive, delle quali chi vuole fregarsene lo può fare tranquillamente, mentre coloro che vogliono agire in modo legale e rispettoso delle regole si trovano impastoiati nella rete stessa che doveva catturare i malfattori. Dobbiamo anche prendere atto che le più grandi multinazionali internazionali non sono aziende produttive, ma soprattutto commerciali con residenza su Internet. La rete  informatica costituisce la più grande novità anche per chi opera in industria e commercio, ma in molti casi essi sono molto frustrati dalla presenza di questi giganti che fatturano in un anno quanto un piccolo stato. Diventa difficile perfino per lo Stato calibrare le proprie azioni. La tassazione di queste mega aziende è sempre un rebus, spesso si fattura in Paesi che hanno una fiscalità favorevole e quindi si danneggiano invece quegli stati che producono l'esito di queste attività. I commercianti locali sono quindi i primi ad essere danneggiati da questo modo di procedere, ma è anche vero che la storia dell'evoluzione ci ha insegnato che ad estinguersi non è sempre il più piccolo, ma il meno capace di adattarsi alle nuove situazioni. Questo vale anche in economia.

Uno dei motivi per cui non siamo attrattivi per i capitali stranieri e quindi per investimenti che vadano a sviluppare quel tessuto imprenditoriale giovane di cui dicevo poco sopra, è proprio l'esistenza di leggi che sono più deprimenti che incentivanti e in cui la lentezza della Giustizia diventa uno spauracchio per cui è meglio girare al largo. Investono volentieri invece coloro che devono esportare capitali o creare relazioni poco chiare, dove, come si usa dire, "nel torbido si pesca meglio".

Solo da questi presupposti si può capire che senza una adeguata riforma radicale della pubblica amministrazione, della burocrazia e della giustizia, oltre ad un fisco più equo per le aziende e una più schietta gestione degli investimenti pubblici per creare le infrastrutture necessarie per muovere tutta l'economia, a partire dal Turismo che per noi è e resterà fondamentale, noi non avremo nessuna possibilità di affrancarci dall'enorme debito pubblico che ci assilla e non riusciremo a fare altro che essere subalterni a tutte le altre economie mondiali, delle quali diventeremo solo una appendice.

Ma c'è dell'altro, e per me è anche più importante di qualsiasi altra innovazione finora rappresentata. Si tratta di cambiare totalmente le politiche legate alla famiglia. Ora più che mai, se vogliamo avere un futuro non solo come Nazione, ma anche come popolo italiano. Da sempre lo Stato ha dedicato le briciole della sua finanza alle famiglie. Sgravi fiscali: inefficaci e non incisivi. in una nazione  dove si fanno pochi figli forse la politica si è dimenticata di quali siano i costi per portare dalla gravidanza al completamento degli studi un bambino o bambina. Le mance erogate per decenni non hanno fatto adeguatamente supportato lo sviluppo familiare: no è vero che i figli sono un investimento, per i genitori certamente, ma lo devono essere anche per lo Stato che da solo figli non ne fa. E uno Stato che non mantiene i propri figli è uno Stato senza futuro.

Ci siamo sforzati di inventarci il reddito di cittadinanza, per scoprire che in molti casi si è trattato di soldi dati a pioggia, nel migliore dei casi, se non di vere e proprie frodi. Così come se parliamo di previdenza, abbiamo ciechi che ci vedono, storpi che corrono, sordi che ascoltano la radio. E non si tratta di miracoli. Abbiamo persone che muoiono ma si continua a tenerle in vita per mantenere la pensione, ci sono pensionati che mantengono la famiglia di figli e nipoti per permettere loro di avere un futuro. Tutto questo non è giusto, e di certo concorre l'onestà delle persone, prefigurando una propensione al crimine, alla truffa, a gabbare l'altro e questo per la resa della politica sempre alla ricerca del consenso.

E intanto le famiglie con figli, le uniche entità che possono essere davvero soggetti credibili per l'uso corretto di risorse pubbliche, continuano a dover stringere i denti per andare avanti. Famiglie di giovani che non vogliono figli perché non hanno risorse sufficienti: questo è una tragedia! Spendere gli anni migliori senza figli per cercarli poi in età più avanzata, con rischi per la vita della madre e del bambino. Una vecchia definizione assegna alla famiglia il ruolo di cellula fondante della società. Non si fa nulla con gli slogan, ma se escludiamo la famiglia dal circolo virtuoso che può nascere dalla sua esistenza, una volta di più stiamo minando il nostro futuro. La famiglia come "una cosa da ricchi"? Sì, se non si fa qualcosa alla svelta.

E dirò qui un'ultima cosa che spero faccia pensare qualcuno, magari nella stanza dei bottoni. In America sottrarre risorse al fisco mentendo sulle tasse è un reato federale (quindi comune a tutti gli Stati che la compongono) punito con pene detentive che in Italia non danno nemmeno a chi uccide la moglie. E questo ha un suo preciso perché, che viene quasi del tutto ignorato da noi. Perché se non si concorre alle spese comuni tutti sulla base del proprio reddito effettivo, lasceremo ad altri l'onere di questo contributo. Manderemo i nostri figli alla scuola, ci faremo curare dal medico o in ospedale, chiederemo protezione alle Forze dell'Ordine senza aver mai corrisposto quanto dovevamo. Ci lamenteremo dello stato delle strade e dell'illuminazione, perfino della buca davanti a casa, ma se non abbiamo pagato le tasse non ne avremmo il diritto. Se, come succede ora col virus Covid, dovessimo scoprire che centinaia o migliaia di persone hanno goduto di cure costose senza aver mai dato in tutto o in parte il loro giusto contributo alla finanza pubblica, quelle persone sarebbero ladri e forse perfino assassini, laddove la loro mancanza di onestà fiscale abbia impedito o rallentato l'erogazione di servizi sanitari a persone che invece hanno sempre contribuito secondo le loro disponibilità, causando loro danni maggiori o perfino la morte. Per questi motivi credo che si debba avere da una parte un fisco più giusto, che non chieda "alle solite persone" di dare il loro contributo fisso, come lavoratori dipendenti e pensionati fanno per certo, ma dall'altra crei i presupposti per un forte inasprimento delle pene per chi evade le tasse in tutto o in parte.

Sappiamo che la legge e di conseguenza la giustizia può essere facilmente aggirata. Dobbiamo creare presupposti perché questo non accada più, creando testi unici che raggruppino e magari cancellino leggi risalenti al Regno d'Italia e anche più recenti ma inadeguate, che siano più in linea con i tempi e con le tecnologie. La rivoluzione informatica si renda strumento di maggiore integrazione e velocizzazione di tutto l'impianto di leggi e dei processi, pur nella salvaguardia del diritto. Che però non deve essere a senso unico, ovvero solo di e per coloro che hanno le risorse economiche per zittire tutto e tutti.

Queste, a grandi linee, sono le mie considerazioni sul futuro del dopo Covid. Ho avuto una visione abbastanza lungimirante, chiara e condivisibile? Chi lo sa, oggi. Per questo l’ho scritto qui, per vedere tra qualche tempo, se le mie considerazioni siano state corrette o meno. E anche voi lo potrete fare.

giovedì 18 febbraio 2021

21,02.04 Nuovo fisco e nuova economia

Ho atteso qualche giorno prima di scrivere qualcosa che potesse sembrare una scopiazzatura da qualche brandello di crisi di governo, ma purtroppo devo dire che oltre al nome di Draghi questa crisi non ha portato alcuna novità. Non ritengo una novità infatti che la Lega voti col PD, ma solo un male necessario. Ed anche il nome di Draghi non può essere considerato troppo nuovo, nel senso che avevo l'impressione che fosse in panchina in attesa di diventare il futuro Presidente della Repubblica.

Quindi quelle che potevano essere le mie idee in materia di economia e, soprattutto, finanza, sembra che non siano state scosse dalla nuova carica di ministeri. Pertanto continuerò il mio ragionamento così come lo avevo impostato, senza timore di essere né contraddetto, né apprezzato, visto che ho l'impressione di scrivere soprattutto per me. Ma anche così la cosa non mi dispiace.

Dunque, cosa vorrei vedere per il futuro? Partiamo dall'economia, che forse è anche quella più semplice e tutto sommato quella che è già più vicina a quella che è la mia idea di economia del futuro. Vedo perciò l'avvento di una economia verde, che previlegia l'ambiente e si impegna e rivedere tutte le filiere produttive nell'intento di salvaguardare in Pianeta, non solo a parole o per marketing, ma con un effetto riscontrabile in termini di economia circolare. Per contro, questo significa anche una revisione completa delle regole che finora hanno consentito di sviluppare economie non rispettose non solo dell'ecologia, ma anche della giustizia in termini di retribuzione e imposte, di valutazione della produzione del reddito e della tassazione del lavoro.

Si deve pertanto aprire una stagione di profonde riforme, soprattutto per la nostra amministrazione dello Stato e della cosiddetta burocrazia, che deve essere ridotta al minimo ed efficientata. Questo significa anche una completa ristrutturazione degli Enti preposti, sia in termini di numero che di qualità del lavoro prodotto. Quante volte nel passato abbiamo sentito parlare di Enti inutili, ma dopo decine di anni ancora esistenti e operativi, anche le se la ragione per cui erano stati creati ora non esiste più o è cambiata di obiettivo? In sostanza, si deve aprire una nuova stagione di trasformazione nel modo di operare del pubblico e del privato, col primo a supportare e facilitare l'opera del secondo. Sembra facile a dirsi, ma finora l'azione del pubblico è stata più di controllo e di ostacolo allo sviluppo di una efficace imprenditoria.

Per qualcuno questo fatto si sintetizza con la allocuzione "fare sistema". Io la traduco con "tirare tutti dalla stessa parte". Concetti semplici rendono semplici anche le cose complicate. Se abbiamo un apparato produttivo tra i più qualificati e preparati al mondo, se abbiamo scienziati, ricercatori e tecnici fra i migliori al mondo, non possiamo ostacolare la crescita facendo fuggire le menti migliori (e non per avere un migliore trattamento economico, ma semplicemente per trovare un posto di lavoro!) o fiaccando l'iniziativa perché non riusciamo a creare incubatori in grado di generare idee innovative.

E questo perché abbiamo anteposto la burocrazia alla nostra intelligenza, perché sappiamo che la gente è abituata a fare la furba e a dribblare le regole e pensiamo a regole sempre più stringenti e restrittive, delle quali chi vuole fregarsene lo può fare tranquillamente, mentre coloro che vogliono agire in modo legale e rispettoso delle regole si trovano impastoiati nella rete stessa che doveva catturare i malfattori. Dobbiamo anche prendere atto che le più grandi multinazionali internazionali non sono aziende produttive, ma soprattutto commerciali con residenza su Internet. La rete  informatica costituisce la più grande novità anche per chi opera in industria e commercio, ma in molti casi essi sono molto frustrati dalla presenza di questi giganti che fatturano in un anno quanto un piccolo stato. Diventa difficile perfino per lo Stato calibrare le proprie azioni. La tassazione di queste mega aziende è sempre un rebus, spesso si fattura in Paesi che hanno una fiscalità favorevole e quindi si danneggiano invece quegli stati che producono l'esito di queste attività. I commercianti locali sono quindi i primi ad essere danneggiati da questo modo di procedere, ma è anche vero che la storia dell'evoluzione ci ha insegnato che ad estinguersi non è sempre il più piccolo, ma il meno capace di adattarsi alle nuove situazioni. Questo vale anche in economia.

Uno dei motivi per cui non siamo attrattivi per i capitali stranieri e quindi per investimenti che vadano a sviluppare quel tessuto imprenditoriale giovane di cui dicevo poco sopra, è proprio l'esistenza di leggi che sono più deprimenti che incentivanti e in cui la lentezza della Giustizia diventa uno spauracchio per cui è meglio girare al largo. Investono volentieri invece coloro che devono esportare capitali o creare relazioni poco chiare, dove, come si usa dire, "nel torbido si pesca meglio".

Solo da questi presupposti si può capire che senza una adeguata riforma radicale della pubblica amministrazione, della burocrazia e della giustizia, oltre ad un fisco più equo per le aziende e una più schietta gestione degli investimenti pubblici per creare le infrastrutture necessarie per muovere tutta l'economia, a partire dal Turismo che per noi è e resterà fondamentale, noi non avremo nessuna possibilità di affrancarci dall'enorme debito pubblico che ci assilla e non riusciremo a fare altro che essere subalterni a tutte le altre economie mondiali, delle quali diventeremo solo una appendice.

Ma c'è dell'altro, e per me è anche più importante di qualsiasi altra innovazione finora rappresentata. Si tratta di cambiare totalmente le politiche legate alla famiglia. Ora più che mai, se vogliamo avere un futuro non solo come Nazione, ma anche come popolo italiano. Da sempre lo Stato ha dedicato le briciole della sua finanza alle famiglie. Sgravi fiscali: inefficaci e non incisivi. in una nazione  dove si fanno pochi figli forse la politica si è dimenticata di quali siano i costi per portare dalla gravidanza al completamento degli studi un bambino o bambina. Le mance erogate per decenni non hanno fatto adeguatamente supportato lo sviluppo familiare: no è vero che i figli sono un investimento, per i genitori certamente, ma lo devono essere anche per lo Stato che da solo figli non ne fa. E uno Stato che non mantiene i propri figli è uno Stato senza futuro.

Ci siamo sforzati di inventarci il reddito di cittadinanza, per scoprire che in molti casi si è trattato di soldi dati a pioggia, nel migliore dei casi, se non di vere e proprie frodi. Così come se parliamo di previdenza, abbiamo ciechi che ci vedono, storpi che corrono, sordi che ascoltano la radio. E non si tratta di miracoli. Abbiamo persone che muoiono ma si continua a tenerle in vita per mantenere la pensione, ci sono pensionati che mantengono la famiglia di figli e nipoti per permettere loro di avere un futuro. Tutto questo non è giusto, e di certo concorre l'onestà delle persone, prefigurando una propensione al crimine, alla truffa, a gabbare l'altro e questo per la resa della politica sempre alla ricerca del consenso.

E intanto le famiglie con figli, le uniche entità che possono essere davvero soggetti credibili per l'uso corretto di risorse pubbliche, continuano a dover stringere i denti per andare avanti. Famiglie di giovani che non vogliono figli perché non hanno risorse sufficienti: questo è una tragedia! Spendere gli anni migliori senza figli per cercarli poi in età più avanzata, con rischi per la vita della madre e del bambino. Una vecchia definizione assegna alla famiglia il ruolo di cellula fondante della società. Non si fa nulla con gli slogan, ma se escludiamo la famiglia dal circolo virtuoso che può nascere dalla sua esistenza, una volta di più stiamo minando il nostro futuro. La famiglia come "una cosa da ricchi"? Sì, se non si fa qualcosa alla svelta. 

E dirò qui un'ultima cosa che spero faccia pensare qualcuno, magari nella stanza dei bottoni. In America sottrarre risorse al fisco mentendo sulle tasse è un reato federale (quindi comune a tutti gli Stati che la compongono) punito con pene detentive che in Italia non danno nemmeno a chi uccide la moglie. E questo ha un suo preciso perché, che viene quasi del tutto ignorato da noi. Perché se non si concorre alle spese comuni tutti sulla base del proprio reddito effettivo, lasceremo ad altri l'onere di questo contributo. Manderemo i nostri figli alla scuola, ci faremo curare dal medico o in ospedale, chiederemo protezione alle Forze dell'Ordine senza aver mai corrisposto quanto dovevamo. Ci lamenteremo dello stato delle strade e dell'illuminazione, perfino della buca davanti a casa, ma se non abbiamo pagato le tasse non ne avremmo il diritto. Se, come succede ora col virus Covid, dovessimo scoprire che centinaia o migliaia di persone hanno goduto di cure costose senza aver mai dato in tutto o in parte il loro giusto contributo alla finanza pubblica, quelle persone sarebbero ladri e forse perfino assassini, laddove la loro mancanza di onestà fiscale abbia impedito o rallentato l'erogazione di servizi sanitari a persone che invece hanno sempre contribuito secondo le loro disponibilità, causando loro danni maggiori o perfino la morte. Per questi motivi credo che si debba avere da una parte un fisco più giusto, che non chieda "alle solite persone" di dare il loro contributo fisso, come lavoratori dipendenti e pensionati fanno per certo, ma dall'altra crei i presupposti per un forte inasprimento delle pene per chi evade le tasse in tutto o in parte.

Sappiamo che la legge e di conseguenza la giustizia può essere facilmente aggirata. Dobbiamo creare presupposti perché questo non accada più, creando testi unici che raggruppino e magari cancellino leggi risalenti al Regno d'Italia e anche più recenti ma inadeguate, che siano più in linea con i tempi e con le tecnologie. La rivoluzione informatica si renda strumento di maggiore integrazione e velocizzazione di tutto l'impianto di leggi e dei processi, pur nella salvaguardia del diritto. Che però non deve essere a senso unico, ovvero solo di e per coloro che hanno le risorse economiche per zittire tutto e tutti.